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Migranti, terremoto e solidarietà: storie di accoglienza reciproca

Nella Fattoria Sociale Montepacini 18 richiedenti asilo lavorano insieme a 16 ragazzi con disabilità intellettiva e motoria. Il terremoto del centro Italia aveva causato gravi danni alla struttura, ma grazie ai fondi di Dokita, la Fattoria Sociale ha potuto proseguire le sue attività.

Sono arrivati in Italia scappando da guerre, carestie e povertà. Hanno chiesto asilo al nostro Paese, ma oggi sono loro ad offrire sostegno ai sedici ragazzi con disabilità intellettiva e motoria delle Fattoria Sociale Montepacini di Fermo. Armati di pala e zappa, diciotto richiedenti asilo dello Sprar e del Cas (centro di accoglienza straoridinaria) del Comune lavorano ogni giorno i 13 ettari di terra, messi a disposizione dalla cooperativa La Talea e dalla onlus La Fattoria Sociale. Una storia di amicizia e accoglienza reciproca: i migranti hanno la possibilità di dare un contributo concreto all’intera comunità e, allo stesso tempo, riscoprono il calore e la gioia di far parte di una piccola famiglia. Michele, Vanessa e gli altri ragazzi ospiti del centro sono riusciti a restituire un senso di appartenenza a chi ha lasciato per sempre la propria patria.

Dopo il terremoto che ha devastato il centro Italia, Dokita si è immediatamente attivata per avviare una raccolta fondi da destinare all’assistenza delle persone con disabilità ospitate nel centro socio-educativo e riabilitativo della Fattoria Sociale Montepacini. Grazie al denaro raccolto, la struttura ha potuto proseguire le sue attività e ad accogliere anche due giovani disabili provenienti da Visso.

“Il progetto ha l’obiettivo di inserire i richiedenti asilo, che hanno dai 18 ai 40 anni, in un percorso formativo sull’agricoltura sociale”, spiega Marco Marchetti, portavoce della Fattoria Sociale. Insieme ai ragazzi con disabilità, i migranti lavorano la terra, potano gli alberi, fanno lavori di manutenzione e si dedicano all’orto. Tra poco torneranno ad occuparsi degli animali che hanno dovuto dare via dopo che il terremoto ha distrutto i loro ricoveri. “I migranti hanno costruito una recinzione per le galline e presto inaugureremo anche uno spazio per accogliere i cavalli e somari”.

Partecipano anche a laboratori musicale,  di cucina e sul cioccolato. “I richiedenti asilo cucinano spesso per noi: i risultati non sempre apprezzati da tutti, ma è momento di condivisione e di convivialità a cui nessuno vuole rinunciare”. Ma non solo. “Abbiamo creato una squadra di calcio, la Soccer Dream Montepacini. Tre ragazzi, provenienti da Gambia, Costa D’Avorio e Niger, sono diventati un punto di riferimento per tutti i nostri calciatori. La loro sensibilità permette ai nostri ragazzi con disabilità di esprimersi al meglio anche sotto il profilo sportivo. Noi non facciamo un campionato speciale per disabili, le squadre che affrontiamo sono formate da normodotati: per questo i nostri successi valgono doppio”.

Il Vice Ministro degli Affari Esteri, Mario Giro, incontra a Youndè le ONG italiane operanti in Camerun

Con la visita ufficiale del Presidente Mattarella nel 2016, l’Italia aveva preso l’impegno di rafforzare il partenariato economico con il Camerun. Dal 12 al 16 febbraio 2017 il Vice ministro degli Affari Esteri, Mario Gino, ha compiuto un nuovo viaggio a Youndè, in occasione del lancio del programma umanitario italiano nel lago Ciad, confermando la volontà del nostro paese di rispondere prontamente alla crisi umanitaria che sta colpendo il Camerun.

In questo momento storico, infatti, soprattutto l’area nord del Camerun e il Lago Ciad stanno affrontando una grave emergenza umanitaria causata dall’avanzamento del gruppo terroristico Boko Haram. Secondo L’Onu sono circa 21 milioni le persone colpite da violenze. E’ una situazione molto complessa dove più di 150mila nigeriani si sono rifugiati in Camerun, Ciad e Niger, mentre circa l’ 80% degli sfollati interni sono stati accolti dalla popolazione locale in piccoli villaggi, dove però la povertà è molto diffusa (fonte: Vita.it).

L’interesse dimostrato dall’Italia in questi ultimi anni nei confronti dell’Africa è concreto. Circa 70 imprese italiane, interessate ad investire nel paese, incontreranno i rappresentanti del Governo e gli imprenditori locali per promuovere la partnership tra i due paesi. La presenza del Vice ministro in queste aree rappresenta la volontà del nostro paese di voler contribuire per la ripresa sociale ed economica del Camerun attraverso un partenariato con gli attori locali.

Durante la sua visita, il Vice Ministro, ha inoltre incontrato tutte le principali ONG italiane operanti in Camerun in una assemblea dove ha partecipato anche Dokita Onlus con i suoi rappresentati: Padre Sergio Ianeselli, missionario storico della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione, e Pantaleo Rizzo, project officer di Dokita in Camerun.

Risultati del progetto a sostegno della disabilità infantile a Ebolowa

Si è concluso a Dicembre 2016 il progetto di erogazione di servizi socio-educativi per disabili presso il Foyer Père Monti a Ebolowa.

Il Centro, presente in Camerun dal 1984, si occupa di minori con disabilità nelle funzioni della voce, uditive, visive e dell’apparato motorio. I minori ospitati, circa 100, hanno un’età compresa fra i 4 e 17 anni. L’obiettivo del Centro è di favorire l’integrazione socio-economica dei minori con disabilità uditiva e motoria, attraverso servizi educativi e riabilitativi specializzati.

Il Foyer rappresenta ormai un importante punto di riferimento per la popolazione e per le istituzioni locali e le attività portate avanti da Dokita durante il 2016 hanno migliorato e ampliato i servizi già erogati sul territorio e ciò ha conferito ulteriore sostenibilità alla struttura.

 

I principali RISULTATI ottenuti durante l’anno 2015/16 sono stati:

  • Assistenza a 100 minori con disabilità uditiva e motoria con servizi educativi e socio-sanitari.
  • Erogazione di 5 corsi tecnici e professionalizzanti per 100 minori con disabilità auditiva e motoria.

 

Le ATTIVITA’ condotte a sostegno dei 100 minori con disabilità sono state:

  • Istruzione scolastica e formazione nel linguaggio dei segni, garantita da un direttore dell’insegnamento e da 7 insegnanti.
  • Distribuzione di 3 pasti giornalieri, grazie all’assunzione di una cuoca per il centro e all’acquisto di un’auto per il trasporto degli alimenti.
  • Accoglienza residenziale con 100 posti letti, ognuno dei quali dotato di un materasso con rivestimento impermeabile, 2 lenzuola ed una zanzariera.
  • Servizi di rieducazione uditiva e di riabilitazione motoria. Un esperto in audiometria ed un fisioterapista hanno condotto le loro attività per un periodo di 10 mesi (Novembre 2015-Settembre 2016) che stanno continuando anche per l’anno scolastico 2016-17.
  • Realizzazione di corsi di sartoria, avicoltura, muratura, calzoleria e piscicoltura. Tutte le attività sono state svolte con livelli di formazione diversa, in base all’età e alle classe dei bambini. Per la realizzazione dei corso sono stati acquistati: 20 macchine da cucire, cassette per gli attrezzi e grembiuli per ogni bambino (per il corso di sartoria); cassette per gli attrezzi e materiale tecnico per l’allevamento di 400 pulcini (per il corso di avicoltura); cassette per gli attrezzi e sacchi di cemento per la fabbricazione di mattoni in terra, cemento e sabbia (per il corso di muratura); cassette per gli attrezzi e materiale tecnico per la realizzazione di sandali (per il corso di calzoleria); cassette per gli attrezzi, materiale tecnico e 6 vasche per l’allevamento di pesci (per il corso di piscicoltura).

 

Nel 2016 il Ministero degli Affari Sociali ha classificato il Centro in seconda posizione nella massima categoria (categoria A), subito dopo l’Associazione Promhandicam di Yaoundé, sostenuta anch’essa dai frati della CFIC e specializzata per i malvedenti.

Infine, per il delegato regionale degli affari sociali, questo programma contribuisce a raggiungere uno degli obiettivi maggiori del Ministero degli Affari Sociali, cioé quello dell’integrazione socio-economica delle popolazioni socialmente vulnerabili di cui fanno parte i minori disabili.

 

REPORTAGE FOTOGRAFICO DEL PROGETTO

Terremoto Centro Italia & Emergenza Disabili: INIZIA IL PROGETTO

Da Ottobre a Dicembre 2016 Dokita è riuscita a raccogliere l’importo necessario per avviare il progetto a supporto della Fattoria Sociale di Montepacini, Centro Socio Educativo Riabilitativo diurno per giovani/adulti disabili. In questa struttura i ragazzi ospiti vengono seguiti da personale specializzato nel loro percorso di fisioterapia e/o di riabilitazione e hanno la possibilità di vivere e sperimentare esperienze costruttive a contatto con la natura e gli animali (pet therapy, onodidattica, ippoterapia, animali della fattoria) in modo da promuovere l’agricoltura sociale per l’inclusione di minori e giovani adulti disabili.

Dopo il sisma che ha colpito il centro Italia, la Fattoria ha subito ingenti danni strutturali che hanno limitato le attività riabilitative dei ragazzi ospiti. Dokita, in collaborazione con il Forum Nazionale dell’Agricoltura Sociale, ha attivato una raccolta fondi finalizzata:

  • All’acquisto di attrezzature sostitutive per far ripartire le consuete attività riabilitative, in particolare la ristrutturazione del’antico forno a legna e delle stallette degli animali.
  • All’ampliamento dei consueti laboratori riabilitative e ludico-ricreativi per offrire accoglienza alle persone vittime del sisma, in particolare ai bambini e disabili.

I beneficiari della campagna sono:

  • 16 ragazzi con disabilità seguiti quotidianamente dagli operatori della fattoria sociale
  • circa 100 ragazzi con diverse forme di disagio inseriti in attività stagionali
  • circa 30 bambini sfollati nel territorio circostante provenienti dalle zone colpite dal sisma. Per loro saranno realizzate, d’accordo con il Comune di Fermo, attività di accoglienza pomeridiana con attività ludico-ricreative e didattiche.

Nel mese di Febbraio 2017 i primi lavori di ristrutturazione avranno inizio, consentendo nel più breve tempo possibile la ripresa e l’ampliamento delle attività del Centro. Dokita, nei limiti delle proprie possibilità, ha deciso di dare un contributo concreto, seppur circoscritto, a chi sta vivendo dei momenti di difficoltà causati dalla tragedia del sisma. Se vuoi aiutarci, visita la pagina dedicata al progetto.

 

Intervista a DOROTHY O. ONYANGO – Fondatrice di WOFAK

A partire dal 2017 Dokita  avvierà un progetto di collaborazione in Kenya con la ONG locale WOFAK, che da oltre 20 anni opera attivamente per la prevenzione, supporto ed integrazione delle donne affette da HIV.

Abbiamo intervistato la sua fondatrice e direttrice esecutiva, Dorothy O. Onyango, la cui storia è un brillante esempio di forza, coraggio e successo in un paese in cui ancora oggi le donne sieropositive vivono in una condizione di subordinazione, vulnerabilità ed emarginazione.

 

  • Sappiamo che ti è stato diagnosticato il virus dell’HIV nel 1990 e ti avevano dato 6 mesi di vita. Nel 2016 sei ancora qui, in forma e a capo di WOFAK. Cosa ti ha dato maggiormente la forza di reagire ed andare avanti?

Si, mi hanno diagnosticato il virus dell’HIV nel 1990, ma potrei esser stata contagiata anche molto prima. Non è stato un percorso semplice, soprattutto perché lo stigma era molto forte in Kenya ed in quel periodo il governo riempì la città di grandi cartelloni che mostravano l’aspetto di persone sieropositive. Erano ritratti come scheletri coperti da pelle, senza carne. E’ cosi che pensavo sarei diventata, prima o poi.

Nel 1992 mi venne presentata la prima persona che in Kenya affrontò questo argomento e fortunatamente mi informò che ci sarebbe presto stata una conferenza internazionale in Olanda ed una pre-conferenza dove avrebbero partecipato donne affette da HIV provenienti da tutto il mondo e mi invitò a partecipare. Credevo avrei incontrato miserabili donne, malate e con un aspetto scheletrico. Per fortuna non fu così, poiché le donne in Europa potevano giù usufruire di cure adeguate e si erano organizzate fondando dei gruppi di supporto dove condividere e affrontare i loro problemi insieme.

Eravamo 54 donne provenienti da tutto il mondo. Del gruppo di 24 donne provenienti dall’Africa, siamo sopravvissute soltanto in 3 a causa di una un sistema sanitario e di supporto molto scarso, un forte stigma ed isolamento. È qui che ho trovato la mia forza, vedendo donne con la mia stessa malattia, in salute e serene. Ci sono chiaramente anche stati momenti in cui abbiamo versato lacrime ascoltando le storie di alcune donne che raccontavano cosa stavano affrontando all’interno delle loro famiglie e comunità. Questo sta ad indicare l’importanza del supporto psicologico e della condivisione. Ora sono nonna di 2 bambini, i miei 3 figli  sono cresciuti e mi sento ancora molto forte invecchiando serenamente con l’HIV.

 

  • Quale pensi sia lo strumento più adeguato da fornire alle donne in Kenya per uscire dal loro stato di subordinazione e discriminazione?

Credo che lo strumento più appropriato che possa esser dato alle donne in Kenya sia l’indipendenza economica, poiché la maggior parte delle donne sieropositive hanno un stipendio basso o nullo e così non hanno sufficienti mezzi di sostentamento per prendersi cura delle loro vite. Queste donne hanno bisogno di soldi per nutrire i loro bambini, alcune nonne si prendono cura di bambini orfani le cui madri sono decedute a causa del virus ed hanno bisogno di supporto, di cibo e l’unico modo per fornirglielo è finanziandole e permettere loro di iniziare piccole attività economiche e diventare indipendenti.

Inoltre, è fondamentale organizzare gruppi di supporto psicologico in modo che possano essere adeguatamente informate su come poter vivere la loro vita serenamente ed attivamente anche con il virus (ad esempio proseguire gli studi per le giovani ragazze) e su l’importanza di seguire le cure mediche.

Infine bisogna puntare sul rafforzamento delle capacità delle donne di intraprendere ruoli di leadership sia a livello della loro comunità sia ad un livello politico. Questo permetterebbe loro di combattere per i loro diritti.

 

  • Tra le tante difficoltà che sicuramente incontrerete quotidianamente nel vostro lavoro, quale ritieni sia la più ardua?

Il più grande ostacolo che sono costretta ad affrontare ogni giorno a lavoro è la disinformazione, ancora altamente diffusa in Kenya. Spesso incontro malati che non vogliono accettare il loro status da HIV positivo ed ancora credono che il virus sia il risultato di stregoneria o di pratiche rituali e magiche e di conseguenza rifiutano di farsi curare. Ci sono anche persone che non vogliono rivelare di aver contratto il virus al loro partner, aumentando così quindi il rischio di poterlo contagiare.

 

  • Quale pensi possa essere il modo più adeguato e rispettoso per una persona italiana/occidentale che volesse fornire il proprio aiuto alle donne del Kenya e/o alla vostra organizzazione?

Credo che il modo più appropriato per sostenere WOFAK e la nostra causa sia attraverso un supporto economico che psicologico, attraverso gruppi di supporto che permettono di conoscere ed entrare a far parte della nostra associazione.

 

  • Ci racconti una storia di uno dei tanti beneficiari che hai incontrato in questi 20 anni a cui sei particolarmente legata?

I beneficiare della nostra associazioni sono molti ma vorrei raccontarvi la storia di Rebecca Awiti. Appena le fu diagnosticato il virus dell’HIV nel 2002 perse la speranza aspettando solo il giorno della sua morte. Visse per molto tempo in uno stato di rifiuto, isolandosi dai suoi amici e dalla sua famiglia pensando che avrebbero riconosciuto la sua malattia soltanto guardandola. Si rivolse poi ad un centro di aiuto, il quale le consigliò il gruppo di supporto WOFAK. Entrò così a far parte della nostra famiglia, dove incontrò una consulente sociale che descrisse come una persona gentile, bella ed in salute che condivise con lei il suo status da HIV positiva e fu in questo momento che nacque in lei la prospettiva di una rinascita.

Ho incontrato Rebecca personalmente poiché fu interessata ad aiutare altre donne malate e quando WOFAK fu fondata decisi di assumerla come assistente. Dimostrò di avere grandi capacità lavorative e fu così promossa diventando coordinatrice di campo.

Rebecca fu supportata ed informata, le vennero date tutte gli strumenti di cui aveva bisogno per restare in salute ed essere produttiva. Grazie alle informazioni ricevute da WOFAK , decise di diventare mamma e questo avvenne proprio quando il programma di Prevenzione di Trasmissione Madre-Figlio (PMTCT) venne introdotto in Kenya. La introdussi ad una organizzazione con cui noi lavoriamo, chiamata NARESA, che le fornì un supporto specifico durante la gravidanza. Rebecca seguì diligentemente tutti i trattamenti ed appuntamenti di visita e mise alla luce 4 bambini, solo uno dei quali decedette a causa del virus. Gli altri 3, due bimbe ed un bimbo, sono HIV negativi e seguono ora le scuole medie.

Rebecca è una donna che guardo come un esempio e su cui misuro il mio lavoro ed impegno. Quando mi venne chiesto di nominare una donna che aveva seguito il percorso di cura PMTCT con i migliori risultati, nominai proprio lei. Venne selezionata e viaggiò a New York per partecipare e tenere un discorso al World AIDS Day, durante il quale il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, fu ospite commentando i progressi nella riduzione della trasmissione madre-figlio del virus HIV in molti paesi del mondo.

 

ALEPPO COME SREBRENICA – LA COMUNITA’ INTERNAZIONALE FERMI IL GENOCIDIO IN SIRIA

Dokita, ha deciso di sottoscrivere la lettera aperta sulla situazione di Aleppo dell’Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale (AOI), una lettera per incitare la politica ad agire. Noi soggetti sociali pretendiamo che le istituzioni nazionali, europee ed internazionali si esprimano con la condanna forte dell’eccidio in atto.

Siamo consapevoli che oramai è troppo tardi per garantire la salvezza a tutte le vite umane che sono intrappolate da infinito tempo ad Aleppo e per evitare la distruzione della città.
Ma non è mai tardi per aprire i corridoi umanitari per chi sta provando a scappare. Non è mai tardi per condannare le violenze contro i civili in Siria, determinate dallo scontro tra il Governo di Assad e le opposizioni e l’intervento militare della Russia e dei suoi alleati attuali.

Fino ad oggi le istituzioni e la diplomazia hanno espresso indignazione e condanna, ma non basta, serve ufficializzare un NO deciso e fattivo, imporre il freno a questa guerra che è un eccidio, uno sterminio di massa, un continuo evolversi di crimini contro l’umanità.

Al Consiglio di Sicurezza e alle Istituzioni delle Nazioni Unite, alle istituzioni europee, al Governo Italiano chiediamo:
• la ferma condanna dell’eccidio in atto ad Aleppo da parte di tutte le forze militari in azione
• l’azione fattiva politico-diplomatica per il cessate il fuoco immediato che ad oggi è stato firmato solo dalla Russia e non dal Governo di Assad, imponendo che l’accordo sia rispettato da tutte le parti
• l’invio di monitor ONU che assicurino anche l’uscita in sicurezza dei civili dalla zona assediata con l’apertura di corridoi umanitari sicuri
• l’apertura di un’indagine sul destino delle persone “scomparse”, secondo quanto denunciato dal responsabile ONU per i diritti umani in Siria
• l’istituzione di una Commissione d’indagine indipendente sulle violazioni del diritto internazionale nel corso dell’assedio di Aleppo, dall’inizio ad oggi

Scarica la lettera completa

PACCHETTI PER BENE – VIENI A CONOSCERE I NOSTRI VOLONTARI

Per tutto il periodo natalizio, dal 7 al 24 Dicembre,  saremo presenti in più di 50 città italiane e in oltre 100 punti vendita Limoni, La Gardenia e Tigotà, con l’iniziativa “Pacchetti per bene”, per impacchettare i tuoi regali di Natale. All’interno di ogni negozio che ha aderito all’iniziativa, troverai uno o più corner attrezzati per il confezionamento dei tuoi pacchi di Natale.

Con una piccola offerta libera si potrà dare un contributo per garantire ai minori disabili in Camerun, istruzione, supporto nutrizionale e cure mediche.

In Camerun ricevere le giuste cure o andare a scuola non sono diritti primari ma lussi inaccessibili. Qui, il 23% delle persone che hanno dai 2 ai 9 anni vive con almeno un tipo di disabilità insorta, nel 65%, a causa di malattie come polio, malaria, lebbra, morbillo. Mali che, quando non uccidono, lasciano in eredità alle piccole vittime questa pesante condizione.

La tua attività diventerà un aiuto concreto per tanti bambini che avranno la speranza di un futuro migliore! Il tuo gesto d’amore, si rasformerà in cure, assistenza e istruzione per centinaia di bambini disabili in Camerun. Il dono più bello che i nostri bambini possano ricevere!

Scarica la lista dei punti vendita in cui saremo presenti per tutto il periodo Natalizio e vieni a conoscere i nostri volontari!

L’ESPERIENZA DEL TERREMOTO VISSUTA CON UN BAMBINO DISABILE

In questo articolo di Redattore Sociale Gabriella, mamma di Benedetta, una bambina autistica, racconta quanto sia “sconvolgente” l’esperienza del terremoto vissuta da una persona con disabilità.

“Venti secondi di discesa all’inferno, incapace di fare anche solo un passo per avvicinarmi a lei e abbracciarla. Benedetta era terrorizzata e urlava, irrigidita sulla sedia. Volevo prenderla per metterci sotto l’architrave della porta, ma tutto ballava così forte che ogni tentativo è stato inutile”. Inoltre la mamma aggiunge: “scappare è più facile dirlo che farlo con una persona autistica bloccata dalla paura. Non si muove, è sotto choc, il suo peso si triplica, non ha punti di riferimento, sembra non riconoscere ciò che la circonda, ti guarda con gli occhi sbarrati”.

Questa testimonianza ci ricorda che tra gli oltre 25.000 sfollati colpiti dalle scosse di terremoto che nell’ultimo mese hanno ripetutamente fatto tremare il centro Italia, le persone con disabilità sono le più vulnerabili. La loro prima difficoltà risiede nel riuscire a mettersi in salvo, ma successivamente gli ostacoli da superare sono molteplici, tra cui il reperimento di beni di prima necessità, l’accesso agli aiuti e rifugi, la perdita o danneggiamento dei propri dispositivi di assistenza ed infine il peggioramento di patologie causate dal trauma emotivo. La mamma di Benedetta infatti conclude spiegando come “un evento così pauroso rimane nei loro ricordi per mesi, anni, diventando l’ennesima stereotipia verbale che dobbiamo affrontare e che si somma a tutte le altre”.
Durante queste emergenze, inoltre, può aumentare il numero delle persone che sperimentano una nuova disabilità fisica o psicologica, sia di breve che di lungo periodo.

Per questi motivi Dokita ha attivato una raccolta fondi da destinare all’accoglienza e all’assistenza delle persone con disabilità attraverso strutture e professionisti specializzati nelle aree maggiormente colpite dal terremoto. Per sostenere altre persone che hanno vissuto la stessa tragedia di Benedetta e per dare il tuo contributo visita la nostra pagina dedicata all’emergenza terremoto.

CONTRO LO SFRUTTAMENTO DEI BRACCIANTI STRANIERI. L’IMPEGNO DI DOKITA

Una ricerca, assistenza legale, informazione e corsi di Italiano: il progetto IM-Formati per contrastare caporalato e riduzione in schiavitù nella provincia di Latina

 

Pagano cifre esorbitanti per raggiungere il nostro Paese ed avere un contratto di lavoro, ma si trasformano presto in mano d’opera irregolare a basso costo, sfruttata dalle aziende agricole dell’agro Pontino fino a dodici ore al giorno, per un compenso (quando c’è) di 3 o 4 euro l’ora. Sono i braccianti stranieri della provincia di Latina, che ci ricordano come il fenomeno dello sfruttamento lavorativo non riguardi solamente il meridione d’Italia, ma coinvolga da vicino anche la nostra regione. Questo è il quadro che emerge dal progetto IM-Formati, lanciato nel mese di gennaio 2016 dall’associazione Dokita, con il finanziamento dei Centri di servizio per il volontariato del Lazio Cesv e Spes.
Il progetto, ormai in fase di conclusione, ha inteso promuovere la tutela dei diritti dei lavoratori stranieri che vivono nella provincia di Latina, agendo su diversi fronti. Dokita, infatti, ha offerto assistenza legale gratuita a 50 immigrati vittime del caporalato e dello sfruttamento lavorativo, ha sottoposto loro un questionario, per realizzare un report di approfondimento su questi fenomeni e ha coinvolto altre associazioni del territorio, per unire le competenze e costruire le condizioni per una maggiore integrazione dei lavoratori stranieri nel territorio. IM-Formati ha interessato principalmente il comune di Terracina, dove si trova la sede operativa delle associazioni Dokita e Progetto diritti, ma ha raggiunto anche alcuni lavoratori di Fondi e Latina, grazie al sostegno dell’associazione Articolo 24 (Fondi), al contributo della Caritas diocesana di Latina e della Cooperativa Parsec.
Venerdì 8 luglio si svolgerà a Terracina la conferenza conclusiva del progetto (alle 17.30 presso la sala comunale Appio F. Monti di via Roma a Terracina), durante la quale saranno diffusi i dati raccolti nel report realizzato dall’associazione Dokita. Cecilia Calò, responsabile del progetto IM-Formati e referente dell’Ufficio Progetti Cooperazione Internazionale Dokita, ci ha anticipato alcune informazioni.

Qual è la situazione dello sfruttamento lavorativo nella provincia di Latina?
« Tra le diverse province del Lazio, la provincia di Latina è quella con la maggior crescita di stranieri residenti. Nel tempo, è diventata sempre più evidente la connessione tra questo dato e l’emergenza dello sfruttamento lavorativo, spesso gestito dalla criminalità organizzata. Dei 50 lavoratori stranieri coinvolti nel progetto IM-Formati, la maggior parte proviene da Bangladesh, India e Pakistan, ma alcuni di loro sono originari del Nord Africa e dell’Africa Subsahariana. Lavorano principalmente nelle aziende agricole dell’agro Pontino e si occupano soprattutto dell’attività di raccolta di frutta e ortaggi ».

Dokita
Dokita presenterà domani i risultati del progetto

In cosa consiste l’assistenza legale che avete offerto?
«I nostri sportelli legali erano attivi sul territorio già prima dell’avvio del progetto, per offrire consulenza legale in materia di immigrazione, ad un prezzo irrisorio. Grazie a IM-FORMATI, però, è stato possibile erogare assistenza gratuita a 50 persone. Le richieste si sono concentrate sul rinnovo dei permessi di soggiorno, sulle espulsioni, sui ricongiungimenti famigliari, sull’ottenimento della cittadinanza. Per coinvolgere nel progetto le comunità di stranieri presenti sul territorio, abbiamo avviato diverse attività di volantinaggio, ma la maggior parte dei lavoratori si è rivolta a noi grazie al passaparola. Molti di loro infatti sono inseriti in gruppi compatti, all’interno dei quali lo scambio di informazioni utili è una pratica di sopravvivenza ».

Come avete strutturato il vostro questionario e quali dati sono emersi?
« Il questionario è stato suddiviso in tre sezioni: “Situazione di partenza”, “Viaggio”, “Lavoro in Italia”. La prima ha inteso tracciare un quadro della vita del migrante prima della partenza, per conoscere la composizione del suo nucleo famigliare, il titolo di studio, le esperienze di lavoro svolte e le lingue conosciute. Molti degli intervistati sono sposati con figli, mentre il loro livello culturale è medio-basso. Un dato interessante che abbiamo rilevato è che la maggior parte dei migranti in partenza per l’Italia non sa nulla del nostro Paese. Quel poco che conoscono gli è stato raccontato da amici e parenti oppure dai caporali, che spesso presentano l’Italia come l’El Dorado.
La sezione “viaggio” invece ha inteso raccogliere le informazioni sullo spostamento dei migranti dal Paese di origine all’Italia: come hanno raggiunto il nostro Paese, quanto hanno pagato per il viaggio, quante tappe hanno affrontato. Esistono infatti diverse rotte migratorie. Ad esempio, da Bangladesh, Pakistan e India alcuni sono arrivati fino a Mosca in aereo, per poi proseguire in automobile fino all’Italia (un mese o due di viaggio), spesso accompagnati da un intermediario. Le cifre pagate per arrivare nel nostro Paese ed avere un lavoro sono esorbitanti, in media si parla di 7000 euro, ma c’è anche chi ha pagato 13.000 euro ».

Quindi i migranti vengono assorbiti dal sistema dello sfruttamento lavorativo ancor prima di arrivare in Italia.

Dokita
Il progetto IM-Formati ha dimostrato come il sistema di sfruttamento sia collaudato

« Sì. Si tratta di un sistema di sfruttamento collaudato. Tutto inizia nel Paese di origine, dove gli intermediari svolgono il ruolo di “procacciatori di forza lavoro” per le aziende italiane. Nel territorio dell’agro Pontino si tratta principalmente di aziende agricole, che producono zucchine, carote, fragole, eccetera e le mansioni per cui vengono assoldati i migranti sono soprattutto quelle della raccolta e (in misura minore) del trasporto. Una volta stabilito il contatto con la mano d’opera, che come abbiamo visto paga cifre molto alte, viene organizzato il viaggio verso il nostro Paese.
Secondo la normativa italiana, il migrante che voglia ottenere un permesso di soggiorno, nelle quote del cosiddetto “Decreto Flussi”, deve avere una “richiesta” specifica da parte del datore di lavoro, che si dica disposto ad offrirgli un contratto. È in questo contesto che agisce il sistema dello sfruttamento: vengono individuate delle aziende che offrano un posto di lavoro al migrante e poi, una volta che questa persona arriva in Italia, il contratto non viene mai stipulato. Al momento, infatti, la normativa vincola la presenza dello straniero nel nostro Paese ad un contratto, ma non c’è nessuna norma che obbliga il datore di lavoro a stipularlo. Il migrante quindi rimane in Italia come irregolare e viene sfruttato come mano d’opera a basso costo. Anzi, accade anche che per mettere in regola l’immigrato, il datore di lavoro chieda in cambio un’ulteriore somma di denaro. Quando poi il contratto viene finalmente concesso, spesso è lo stesso lavoratore a pagare i propri contributi, per poter avere il rinnovo del permesso di soggiorno ».

Queste informazioni ci consentono di parlare della terza sezione del questionario, quella sul lavoro in Italia
« Sì. In questa terza sezione abbiamo raccolto le domande relative al possesso o meno del permesso soggiorno, al contratto di lavoro, alle mansioni svolte, alle condizioni di lavoro, al compenso. Tra gli intervistati, alcuni non avevano un contratto e chi lo aveva non ne conosceva la natura. Non sapevano quindi quante ore di lavoro fossero previste al giorno, per quale paga, eccetera ».

 In media quante ore al giorno lavorano e per quale compenso?
« Le ore di lavoro per i migranti impiegati nelle aziende agricole della Provincia di Latina vanno dalle 9 alle 12 ore al giorno. La paga oraria recentemente è aumentata, grazie alla manifestazione indetta ad Aprile dalla Flai Cgil a Latina. I migranti hanno bloccato le aziende per diversi giorni e questo ha permesso loro di ottenere una paga oraria più alta: mentre prima dello sciopero lavoravano per 2 o 3 euro all’ora, adesso prendono anche 4 o 4,50 euro all’ora, comunque molto meno di quanto indicato nei contratti collettivi di categoria, che prevedono la cifra di circa 7 euro ».

Ci dice qualcosa di più sulla figura del caporale?
«Si tratta di una figura che funge da intermediario tra i lavoratori (nel nostro caso immigrati) e le aziende italiane. I caporali, nella maggior parte dei casi, provengono dallo stesso Paese d’origine dei migranti, però sono arrivati in Italia da diversi anni, si sono ambientati e sono riusciti ad inserirsi nella rete dello sfruttamento della mano d’opera, che il più delle volte è in mano alla criminalità organizzata. Tra l’altro, vivendo in Italia da tempo, i caporali conoscono la nostra lingua meglio dei migranti appena arrivati e in molti casi possono diventare dei veri e propri “mediatori linguistici” a pagamento ».

I 50 lavoratori stranieri che avete intervistato parlano l’italiano?
« No, purtroppo con la lingua se la cavano malissimo, però sono riusciti a comunicare con noi. In generale, è molto difficile intercettare le persone più sfruttate, proprio a causa della barriera linguistica che ci divide. Grazie al progetto IM-Formati siamo riusciti a parlare con 50 persone, ma di certo non si tratta dei lavoratori che stanno peggio. È anche per questo motivo che l’associazione Dokita, membro della rete Scuole migranti, quest’anno ha organizzato un corso di italiano gratuito, che permettesse ai partecipanti di accedere all’esame necessario per ottenere la cosiddetta Carta di soggiorno. C’è poi un aspetto importante da tenere in considerazione: i migranti che arrivano in Italia spesso non solo non conoscono la nostra lingua, ma sono analfabeti, quindi incontrano una doppia difficoltà nell’apprendimento.

Dokita
Cecilia Calò con l’unica immigrata donna che ha partecipato al progetto

Ecco perché, come accennavamo, spesso sono i connazionali più integrati, che parlano bene la lingua, a proporsi come mediatori-traduttori. Però, nella maggior parte dei casi, si tratta delle stesse persone che svolgono anche il ruolo di caporale e che fanno parte della catena di sfruttamento della mano d’opera. I mediatori possono arrivare a chiedere un compenso per qualunque tipo di servizio. Ad esempio, uno dei nostri intervistati ci ha raccontato di come il suo caporale gli chiedesse 7 euro al giorno per trasportarlo in furgone sul posto di lavoro. Non solo, anche durante le ore di lavoro i migranti devono pagare per mangiare e bere. In generale, possiamo dire che viene concessa loro un’ora, un’ora e mezza di pausa al giorno e sappiamo che in questi casi sono i caporali ad avere il controllo dell’acqua: per averne un bicchiere bisogna pagare 5 euro circa. Non è un caso quindi se diversi lavoratori intervistati ci hanno riferito di malesseri durante il turno di lavoro, che hanno definito come “mal di pancia” ».

Dove vivono i lavoratori che avete intervistato?
« Quelli che abbiamo intervistato vivono tendenzialmente in appartamenti con altre 5-6 persone, a volte 10. Spesso sono case di proprietà dei caporali. Però ci sono anche tanti migranti che vivono nelle stesse aziende agricole dove lavorano, all’interno di baracche. Questo ovviamente significa che la loro vita si svolge quasi esclusivamente nei campi in cui lavorano e per le associazioni come Dokita è difficilissimo intercettarli e coinvolgerli ».

La vostra associazione si è occupata anche del fenomeno degli infortuni sul lavoro.
« Sì. Nella maggior parte dei casi si tratta di infortuni che riguardano persone senza permesso di soggiorno, che lavorano in nero e che quindi quasi sempre non denunciano l’accaduto. DSC09375Questi lavoratori irregolari non sanno che, pur non avendo un contratto, avrebbero ugualmente diritto ad un pagamento da parte dell’INAIL delle giornate lavorative che a causa dell’infortunio non possono svolgere. Quando poi l’infortunio non viene denunciato c’è anche un altro fattore da tenere in considerazione: il lavoratore teme ritorsioni da parte del datore di lavoro. Negli ultimi tre anni, attraverso gli sportelli legali ci è capitato di seguire diversi casi di questo genere. Inoltre è stato possibile registrare un elevatissimo numero di infortuni a seguito di incidenti stradali avvenuti nel tragitto casa-lavoro. Infatti questi lavoratori, in particolar modo quelli impiegati nel settore agricolo, si spostano principalmente in bicicletta nelle ore più buie (partono la mattina presto e tornano a casa la notte) e viaggiano in strade ad alta percorrenza come la Pontina. Proprio per questo motivo, abbiamo regalato ad ogni intervistato un gilè ad alta visibilità, da indossare durante il viaggio casa-lavoro in bici ».

Oltre alle informazioni legate allo sfruttamento lavorativo, cos’altro è emerso dalle vostre interviste?
« Gli intervistati hanno manifestato una grossa difficoltà ad integrarsi. Si tratta di persone che raramente hanno possibilità di interagire con chi non appartenga al loro stesso gruppo etnico. La loro è una vita incentrata sul lavoro, che non prevede nessuna attività alternativa nel tempo libero. Un’eccezione è rappresentata solo dal gruppo di pakistani che abbiamo intervistato a Fondi, coinvolti nel progetto Atletico Diritti promosso dalle associazioni Articolo 24 e Progetto Diritti. Tra le persone intervistate quasi tutte non hanno un progetto migratorio a lungo termine, molte sono sposate ma non intendono far venire in Italia la loro famiglia, perché non vogliono mostrare a moglie e figli la condizione in cui si trovano. Preferiscono quindi vederli ogni due, tre anni e vivere lavorando ».

Concluso il progetto IM-Formati, come continuerete la vostra attività di lotta allo sfruttamento?
«Dokita ha in cantiere altre proposte progettuali su questo tema e vogliamo continuare ad intervenire nel campo dell’apprendimento linguistico. Intendiamo organizzare altri corsi gratuiti di italiano per stranieri e, in particolare, proporne uno rivolto alle sole donne. Tra i nostri intervistati, infatti, solamente una era donna. La nostra associazione riesce ad intercettare le donne con maggiore difficoltà, eppure molte lavorano nelle aziende agricole italiane. Sono meno rispetto agli uomini, ma ci sono ».

In generale, in che modo è possibile prevenire e combattere lo sfruttamento nel nostro territorio? Dokita come si muoverà?
« La conferenza in programma per venerdì 8 luglio intende approfondire proprio questo argomento.

Dokita
La squadra di cricket dell’Atletico Diritti

Vogliamo dare voce a tutti i partner che hanno avuto un ruolo nel progetto e discutere insieme le prossime attività da avviare. Sicuramente, quindi, resta fondamentale mettere in rete le associazioni che si occupano di lotta allo sfruttamento e unire le diverse competenze: è importante fare ricerca sul tema, capire quali siano le dinamiche alla base dello sfruttamento, offrire assistenza legale, organizzare corsi di italiano per migliorare la comunicazione, avviare progetti di integrazione come quello dell’Atletico Diritti, perché queste persone possano vivere senza sentirsi solamente delle macchine da lavoro. Inoltre, Dokita è una ONG, quindi si occupa prevalentemente di cooperazione internazionale e negli scorsi anni, insieme all’associazione Progetto Diritti, ha svolto un progetto in Senegal, sulla prevenzione dell’immigrazione illegale. In particolare, abbiamo aperto uno sportello a Dakar per sensibilizzare i migranti in partenza per l’Italia, offrendo loro tutte le informazioni necessarie per raggiungere il nostro Paese attraverso canali legali, evitando in questo modo che venissero assorbiti dal sistema dello sfruttamento. Questo tipo di attività sarebbe fondamentale anche per i Paesi asiatici, ma solo poche ONG le stanno mettendo in atto. La cooperazione internazionale quindi è senza dubbio una delle risposte da attivare, perché affrontare lo sfruttamento lavorativo solo in Italia, significa affrontare solo una parte del problema, visto che tutto inizia nel Paese di origine del migrante ».

 

Fonte:  http://www.retisolidali.it/dokita/

DOKITA ONLUS SULLA CNN FILIPPINA

L’intervento di Dokita nelle Isole Filippine è sempre più importante ed apprezzato dalla popolazione filippina stessa. Il riconoscimento da parte delle istituzioni e delle comunità locali è il segnale che le attività realizzate hanno raggiunto l’obiettivo più importante e di maggior rilievo, ossia quello di coinvolgere la popolazione negli interventi di sostegno allo sviluppo.

In oltre due anni di presenza nel Paese, con numerosi progetti realizzati con diversi partner e donors italiani, i risultati raggiunti sono stati davvero numerosi: centinaia di famiglie hanno ricevuto: assistenza medica, scorte di cibo, aiuto nella ricostruzione e messa in sicurezza delle abitazioni danneggiate dal tifone, sostegno alla ripresa economica attraverso la donazione di equipaggiamenti per la pesca e per l’agricoltura ed, infine, la realizzazioned i due centri di evacuazione in caso di calamità naturale.

L’impegno dello staff di Dokita nelle isole Filippine, guidato da Davide Bonechi, in stretta collaborazione con la comunità concezionista presente sul posto, ha fatto sì che il lavoro continuo fosse così apprezzato dalla popolazione locale da essere ripresi dalla CNN locale.

 

Scopri di più sui progetti realizzati e in corso nelle Isole Filippine.