Infanzia in Camerun

Infanzia in Camerun
Una testimonianza da lontano
di Emmanuel Mvomo, Fr. CFIC e giornalista
Dopo una certa esperienza in Italia e lavorando nel settore giovanile – che permette di vedere da vicino quale infanzia viva un bambino europeo, con l’affetto familiare, il coinvolgimento dello Stato, una formazione scolastica adeguata, l’assistenza della Chiesa, l’influenza della tecnologia, l’attenzione delle leggi e di tutte le realtà sociali – viene ad un Africano in genere e ad un camerunese come me di guardare indietro, di ripensare alla sua infanzia e a quella dei suoi simili.
Seguendo il movimento del mondo come villaggio planetario, l’infanzia di un giovane camerunese è “seduta tra due sedie”: quella della sua tradizione e povertà, e quella della modernità che oggi si inserisce in tutte le culture. Essa, inoltre, presenta una doppia faccia, nella misura in cui cambia a seconda che il bambino sia del villaggio o della città.
L’infanzia nelle città camerunesi è condivisa tra la famiglia, la scuola, la Chiesa, la tecnologia crescente e le sue conseguenze. Così il giovane riceve a casa un’educazione basata sul rispetto della vita, la solidarietà familiare e il sostegno dei genitori, la deferenza verso gli anziani, il senso della responsabilità, il giudizioso mantenimento delle tradizioni, il gusto della festa e del simbolo, l’attaccamento al dialogo e alla parola per risolvere i litigi, ecc. La realtà è che in città questa educazione ai valori è seriamente minacciata dalle correnti moderne diffuse dai mass media e altri mezzi di comunicazione. L’educazione a casa è legata a quella scolastica fatta d’informazione e di formazione, con l’uso di mezzi anche duri che in altri luoghi sono considerati mancanza di rispetto dei diritti dei bambini. Si tratta di un’educazione in cui è ancora presente la punizione anche fisica. Questa educazione, vista la situazione di protettorato franco-inglese che ha conosciuto il Paese, è vissuta appunto sul doppio modello francese ed inglese.
La terza sorgente di educazione dell’infanzia in Camerun è la religione. Su una popolazione di 18 milioni di abitanti, il Paese conta 34,7% di cattolici, 26% di praticanti di religioni tradizionali, 21,8% di musulmani e 17,5% di protestanti e conosce una coabitazione perfetta tra religioni ufficiali, le loro deviazioni (sette) e le religioni tradizionali. La morale e l’insegnamento religioso giocano un ruolo primordiale per l’educazione, anche se, con l’influenza della stessa modernità, i giovani frequentano sempre di meno i luoghi di culto tranne quando sono forzati, come si verifica in alcuni casi, dalle religioni che continuano ad applicare il pietismo religioso. Altre religioni invece sono per i bambini un vero punto di riferimento da dove essi traggono una solida formazione religiosa e umana che permette loro di crescere e di impegnarsi nella società.
Sarebbe comunque un’illusione pensare che tutti i bambini della città vivono questa infanzia della triplice educazione (famiglia – scuola – Chiesa): esiste, infatti, una grande parte di bambini che non seguono un’educazione adeguata, perché vivono sulla strada o provengono da famiglie estremamente povere, incapaci di mandarli a scuola. La crescita è dunque abbandonata a sé stessa, senza famiglia, né scuola né religione. Gli sforzi dello Stato per dare una mano a questa categoria rimangono insignificanti. Da qui l’importanza della presenza salvifica delle ONG e delle Congregazioni religiose, che si impegnano in questo settore, con lo scopo di tirare fuori dai pericoli e di dare un futuro certo a questi giovani.
Nelle città, una realtà veramente triste e da combattere è rappresentata da una vasta categoria di famiglie che a causa della povertà attuano ancora la schiavitù dei propri figli: i bambini devono sottomettersi a lavori che sono al di sopra delle loro capacità fisiche, fisiologiche e psicologiche, per partecipare al mantenimento della famiglia. A tale proposito, il “Center for Human Rights and Peace Advocacy” (una ONG basata a Bamenda, capitale della Provincia del Nord-Ovest) ha affermato che il 90% degli abitanti di questa città è vittima o pratica il traffico di minori; un mercato attuato con la benedizione dei genitori.La tratta dei bambini è vietata da una legge del dicembre 2005 che non ammette il lavoro minorile e prevede pene da 10 a 20 anni di prigione e multe da 90 a 1.900 dollari per chiunque ne sia attore. Sembra però che nessuno sia mai stato condannato dalla promulgazione di detta legge fino ad oggi.
Secondo l’Ufficio Internazionale del Lavoro di Yaoundé, nel 2005, erano più o meno 600.000 i bambini vittime del traffico in Camerun. Per “Horizon Jeunesse” (una ONG basata a Yaounde), i bambini venduti o che fanno un lavoro vicino alla schiavitù sono 3 milioni. L’Istituto Nazionale di Statistica e dei Fondi delle Nazioni Unite per l’infanzia, in una pubblicazione del 2005, indicava che il 5% dei bambini da 4 a 14 anni hanno effettuato un lavoro remunerato e che il 24% partecipano a un lavoro non remunerato perché fatto per un membro della famiglia.
A volte questi bambini sono portati nei Paesi vicini per le stesse ragioni. Davanti al dramma, il Ministero degli Affari Sociali riconosce che la legge c’è, ma la mancanza di denunce, impedisce di fare qualcosa di significativo per lottare contro il flagello della schiavitù infantile. L’invito permanente delle autorità è di denunciare queste pratiche retrograde che sono e restano riprensibili.
La categoria che sicuramente vive di più l'incomodità della “doppia sedia” è l’infanzia nei villaggi. Infatti anche se ci sono la famiglia, la religione e qualche volta la scuola, questi bambini vivono ancora di più il contrasto tra tradizione (con i suoi tabù e riti) e modernità (con le sue innovazioni).
Una delle maggiori difficoltà è la lontananza della scuola che richiede loro di andare nei paesi vicini. Quando la scuola c’è, a volte sono i genitori che non permettono ai bambini di frequentarla, perché hanno bisogno di manodopera per i campi o per pascolare le pecore. Si assiste allora alla corruzione degli insegnanti da parte dei genitori, per lasciare liberi i propri figli per altre attività. Il dramma, sempre nei villaggi, è che a volte sono gli stessi insegnanti che portano gli alunni a lavorare nei loro campi, quando non ricevono qualcosa da parte di uno del villaggio per mandare i bambini a lavorare nei propri.
L’altra grave esperienza dei villaggi è la considerazione ancora retrograda della bambina, che in alcuni casi non va mandata a scuola perché destinata solo a gestire la casa. Peggio ancora, in certe culture dell’ “Africa in miniatura”, ritroviamo l’escissione e la mutilazione dei genitali delle bambine, per impedire che, una volta adulte, possano provare piacere durante le relazioni sessuali, al fine di “rimanere fedeli ai mariti”.
La religione nei villaggi è ritmata dalla presenza o assenza della parrocchia o del luogo di culto. In caso di presenza, una certa educazione è data ai giovani secondo l’impegno che ogni operatore pastorale si assume; anche perché, le parrocchie per esempio, sono un luogo d’aiuto non solo spirituale ma anche (e a volte soprattutto) materiale. La religione “ufficiale” (il Cristianesimo nelle sue varie forme e l’Islam), è peraltro in concorrenza con le consuetudini delle religioni tradizionali. Così, ogni tanto si sente ancora parlare di riti d’iniziazione che accompagnano i vari gradi della vita del bambino. Alla nascita il bambino e la madre subiscono riti che secondo la Chiesa e la scienza appaiono inutili e privi di ragione; lo stesso succede al momento della maturità, del matrimonio, della malattia e della morte. Insomma, l’infanzia nei villaggi è confusa tra stregoneria, rituali e pratiche di divinazione, iniziazione alla medicina e alla vita tradizionale, che a volte si oppongono alla modernità e alle religioni ufficiali.
Visto che nella maggior parte dei casi il destino delle persone è già quasi definito prima dei diciotto anni, diventa salvifica l’opera delle associazioni, delle ONG (come il Dokita) e delle Congregazioni che operano in questo settore. Particolarmente importante è il fatto caritativo delle adozioni o sostegno a distanza, che riesce a dare un sorriso, una speranza, una gioia, una vita e un futuro a chi non l’ha mai avuto senza toglierne a chi li condivide, ma anzi aumentando quello che già si possiede. Infatti, il sostegno a distanza aiuta molti giovani Camerunesi ad avere una preparazione, intellettuale, spirituale e tecnica, per assicurarsi un futuro almeno umano, anche quando la sorte vuole che tanti di questi bambini nascano con difetti fisici di vario genere. Un grazie a chi si impegna e un appello a chi ha un passo pesante.





