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La Protezione della Foresta e Sviluppo

a cura di Antonella Ciana (rivista speciale Pigmei n. 22 del 1998)


Un tempo, la foresta profonda era inaccessibile, impenetrabile, dunque spontaneamente protetta. Oggi, essa è accessibile a causa dei passaggi dalle imprese che abbattono gli alberi. Sette paesi dell’Africa centrale hanno reagito di fronte al pericolo che rappresenta questo sfruttamento per l’equilibrio degli ecosistemi: essi hanno creato una rete regionale di zone protette. Ma questa proibizione di sfruttamento di alcune parti della foresta comporta il supersfruttamento di altre zone, nelle quali le popolazioni locali si vedono confinate.Per il futuro, l’equilibrio alimentare di queste popolazioni rischia di essere compromesso. E in che modo certe etnie si assoceranno a una protezione della foresta che ha come conseguenza quella di diminuire il loro benessere materiale?

Contrariamente a ciò che s’immagina, addentrarsi oggi nella foresta frequentata dagli elefanti non è più praticamente un’impresa! Se questa foresta era un tempo inaccessibile, salvo per dei piccoli accampamenti baka che la sfruttavano stagionalmente, essa è  in effetti attualmente aperta dai sentieri tracciati e lasciati dagli sfruttatori stranieri dopo l’abbattimento degli alberi e l’asportazione dei tronchi. E’ da allora abbastanza facile recarsi in foresta seguendo queste vie d’accesso di cui alcune perfino carrozzabili!Mentre i bracconieri ne approfittano per praticarvi una caccia illegale intensiva, col fucile, perfino con la mitraglietta, vi si organizzano anche dei safari (imperniati sulla caccia) da diversi anni e questo tipo di turismo, che apporta valuta allo Stato, permette una caccia controllata delle specie protette, principalmente di bufali, elefanti e antilopi bongo, i cui trofei sono ricercati.

C’è caccia e caccia
Rispetto all’insieme dei cacciatori, i “veri bracconieri”, che praticano una caccia devastante, costituiscono una minoranza, generalmente composta di stranieri alla regione. Questa caccia, il cui prodotto è destinato ai centri urbani e ai braccianti delle compagnie straniere, rappresenta, con il commercio dell’avorio, l’unico pericolo reale per l’equilibrio della fauna. La caccia familiare, come quella che praticano i Baka, non provoca danni tali. In effetti, essa viene praticata, in scala minore e si inserisce nella gestione dell’ecosistema forestale. Sembra inoltre, che essa non intralci, il processo di riproduzione della selvaggina perché la consumazione familiare è condizionata da una serie di regole culturali (come il rispetto dei numerosi divieti alimentari) limitanti la quantità di animali da cattura. Generalmente, solo le eccedenze della caccia di sussistenza vengono vendute sia a bracconieri sia a consumatori che acquistano la carne in situ (le grandi quantità di carne venduta dai bracconieri provengono, in ordine d’importanza, dalla loro caccia, praticata su vasta scala, con la complicità di qualche cacciatore locale che essi ingaggiano e, in misura minore, dall’acquisto intermittente delle eccedenze della caccia di sussistenza degli autoctoni). La caccia praticata dai bracconieri e dai clienti dei safari comporta difficoltà crescenti, per la popolazione locale, a praticare non soltanto la caccia di sostentamento, ma anche la pesca e la raccolta (di frutti, funghi e tuberi). La popolazione locale insediata in prossimità delle zone di “vero bracconaggio” si lamenta della diminuzione della selvaggina. Degli accampamenti stagionali Baka sono, del resto, stati cacciati dagli organizzatori di safari perché il rumore che fanno disturba i turisti….! Ci si interroga sul modo di legare lo sfruttamento della foresta con l’equilibrio degli ecosistemi. Ci proponiamo, nel seguito dell’articolo, di esaminare e valutare le politiche messe in opera da qualche governo africano per far andare d’accordo lo sviluppo, che implica lo sfruttamento della foresta, con il mantenimento dell’equilibrio degli ecosistemi, che esige la protezione della foresta. Due obiettivi apparentemente in contraddizione….Conservazione degli ecosistemi. Nel 1987, a Yaoundé, gli Organizzatori nazionali dei Fondi Europei di Sviluppo (FED) per sette paesi dell’Africa centrale (Camerun, Repubblica centrafricana, Congo, Gabon, Guinea equatoriale, Sao Tomè e Principe, Zaire) decisero di destinare dei fondi allo sviluppo rurale e alla valorizzazione delle risorse forestali. Nei loro obiettivi c’era, tra gli altri, quello di assicurare la conservazione degli ecosistemi creando una rete regionale di aree protette in popolazione in cui il patrimonio forestale verrà sfruttato più razionalmente, in cui la fauna sarà protetta e la popolazione sensibilizzata nei confronti dei problemi dell’ambiente. Concretamente, si trattava di lanciare delle azioni decentrate che implicavano la partecipazione delle popolazioni locali e di realizzare dei progetti di aiuto allo sviluppo in grado di facilitare cambiamenti di atteggiamento contribuendo al successo delle politiche di conservazione.

Dalle zone protette alle aree a sfruttamento controllato
Il termine giuridico di area protetta copre diverse località in cui i regolamenti sono diversi.Le regolamentazioni di un parco nazionale autorizzano una protezione massima del luogo con il divieto di sfruttamento; quelle di riserva naturale permettono uno sfruttamento controllato.Nel sud del Camerun, a sud della Sanaga, sono attualmente considerate sei aree protette (v: cartina): tre di esse hanno lo statuto di  riserva faunistica (Doualà-Edéa, Campo, Dja) e le altre tre godono dello statuto, apparentemente più morbido, di foresta.
La maggior parte di queste aree protette ricopre zone in cui il legno commerciabile è già stato tagliato almeno una volta: la riserva di fauna di Campo, le foreste di Boumba Beck, del lago Lobeke e di Nki sono, o sono state, parzialmente sfruttate da società di sfruttamento delle risorse forestali. Il legno, infatti, in Cameroun è al quarto posto nelle esportazioni, dopo il petrolio, il caffè, il cacao.In alcuni casi, è previsto di poter aumentare la superficie delle aree protette creando sia dei corridoi di protezione, permettendo la circolazione della fauna da un’area protetta all’altra, e sviluppando in tal modo parchi nelle zone di frontiera come, per esempio, il programma integrato per la salvaguardia regionale degli elefanti nelle foreste del sud-est del Cameroun (Foresta del lago Lobeke), del sud-ovest della Repubblica centrafricana (Riserva Dzanga-Sanga) e del nord del Congo (Parco Dzanga-Ndoki).Il dispositivo delle aree protette collegate da corridoi di protezione è considerato come il sistema di conservazione più efficace per quanto concerne la diversità biologica degli ecosistemi forestali. I corridoi di protezione nelle zone di frontiera permetteranno, per esempio, un’armonizzazione e un accordo trai guardacaccia dei diversi Stati nella lotta contro i bracconieri che operano spesso nelle zone al di qua e al di là delle frontiere. La tendenza attuale è di rivedere la legislazione vigente; in particolare lo statuto legale della riserva di fauna del distretto di Dja in parco nazionale con proibizione di sfruttamento è, per esempio, in corso di applicazione e, dall’altra parte, di delimitare nella foresta delle Aree di sfruttamento controllato, in cui cioè le attività economiche “compatibili con la protezione delle zone protette” potranno continuare ad essere sfruttate ma in maniera controllata. Vi saranno permessi lo sfruttamento industriale del legno, l’agroforesteria, l’agricoltura su terreno debbiato, la gestione del patrimonio faunistico per mezzo del turismo venatorio e le attività tradizionali di caccia, pesca e raccolta. Alcune di queste aree di sfruttamento controllato saranno situate tra le zone protette e il mondo esterno, in quelle che vengono chiamate zone periferiche o zone tampone, in cui sono attualmente insediati i villaggi ai bordi delle piste, con le loro piantagioni che si estendono su una superficie variabile di foresta secondaria.

Popolazione ed Ecosistema
Il bracconaggio e il turismo limitano l’accesso degli autoctoni al loro territorio forestale e alle risorse che questo offre loro. La limitazione degli spostamenti favorisce indirettamente la sedentarietà. Il minore accesso delle popolazioni locali alle risorse della foresta comporta delle carenze nutrizionali e delle perturbazioni sociali, poiché i soggiorni in foresta sono anche l’occasione di attività familiari serene e di manifestazioni rituali particolari. L’applicazione della legislazione relativa alle aree protette rinforzerà certamente queste carenze e queste turbative, dato che l’accesso alle zone di foresta profonda, sfruttate soltanto qualche mese all’anno da alcune famiglie Baka, verrà loro impedito. Le attività di caccia, di raccolta e di pesca non potranno più essere praticate legalmente se non nelle zone tampone, e saranno controllate. Delle campagne di sensibilizzazione e di formazione saranno organizzate in modo da scoraggiare la pratica di alcune attività considerate nocive per l’ambiente. Si tratterrà, in realtà, di identificare quelle attività indigene che non contribuiscono più a una gestione armoniosa dell’ecosistema forestale.

Pesca e Caccia
L’uso di veleni chimici nella pesca è un esempio di questo tipo di attività nocive all’ecosistema. Tradizionalmente praticata con liane tossiche che non danneggiano la salute del consumatore, la pesca con utilizzo di sostanze chimiche provoca, particolarmente, una grave perturbazione della catena ecologica. Una campagna di sensibilizzazione dovrà convincere la popolazione a ritornare alle pratiche tradizionali, egualmente efficaci ma, bisogna ammetterlo, più faticose.Il problema posto dalla caccia è molto meno chiaro. Alcuni progetti di protezione della foresta tendono a limitare la pratica della caccia di sussistenza, generalmente assimilata a torto al bracconaggio, e a rimpiazzare progressivamente la carne della selvaggina co la carne d’allevamento 8antilopi, zebù, caprini e volatili). La qualità della carne consumata nel corso di un pranzo è proporzionalmente bassa in rapporto ai cibi a base (piantaggine,manioca, ignami selvatici), ma il gusto dei prodotti a base di carne è indispensabile alla realizzazione di un buon pasto (la parola baka per dire “fame” significa, del resto, non che vi sia più nulla da mangiare - cio che è praticamente impossibile in foresta - ma piuttosto che la carne della selvaggina manca). D’altronde, queste popolazioni non dispongono che di redditi molto scarsi che non permettono loro di comprare regolarmente carne domestica, mentre quella selvatica non costa loro generalmente nulla. Quando comprano della carne di zebu agli “Houssa”, questa ha un prezzo da due a tre volte superiore a quella della selvaggina venduta ai bordi della pista.D’altra parte, la pratica dell’allevamento è inconcepibile per queste popolazioni dalla mentalità di cacciatori-raccoglitori: i polli, le capre e le pecore che corrono nei villaggi non sono oggetto di attenzioni che accorderebbero loro degli allevatori occidentali. Il loro utilizzo è del resto, principalmente rituale e non alimentare. Questi animali corrispondono in qualche modo a una ricchezza, per esempio a un bene matrimoniale. (I “beni matrimoniali” sono l’insieme dei beni che dona la famiglia di un uomo a quella della sua sposa al momento del matrimonio, oppure prima e dopo, ciò che è particolarmente il caso del sud-est del Cameru, presso i Bangando, Bakwele, Baka ecc……dove il versamento dei beni matrimoniali è illimitato. Essi sigillano il contratto di matrimonio, legittimano la futura discendenza e risarciscono il gruppo della donna per la perdita di uno dei suoi membri. Questi animali vengono raramente consumati al di fuori delle cerimonie ed è poco probabile che tali abitudini culturali possano essere modificate, in ogni caso a breve o medio termine.La caccia con le trappole,con l’utilizzo di lacci metallici destinati alla piccola selvaggina ma che mutilano la selvaggina grande in via di estinzione (come l’antilope bongo) solleva del resto gravi problemi. Tuttavia, proibire la caccia con le trappole o suscitare un ritorno ai lacci di corda ha dell’utopico: l’utilizzo del cavo metallico è un fatto sociale estremamente diffuso (i lacci metallici sono stati adottati nel corso della prima metà del secolo. La caccia collettiva col filo- necessitando la riunione di diversi accampamenti- è stata abbandonata dopo l’introduzione dei “cavi”, all’inizio della sedentarizzazione dei Baka), ed è soprattutto il solo mezzo efficace di cui dispongono i contadini per procurarsi della selvaggina quando sono occupati nelle loro piantagioni. L’intensificazione dell’utilizzo delle trappole è dunque direttamente collegata al processo di sedentarizzazione e alla minor mobilità della popolazione.

La foresta si esaurisce
La foresta intorno ai villaggi e alle piantagioni è super sfruttata. La selvaggina più correntemente consumata non è più che di piccola o media taglia (antilope, porcospino, scimmia) e gli stessi corsi d’acqua sono dragati a ogni stagione di secca. Se la proibizione di sfruttare le aree protette viene applicata, le attività della popolazione locale saranno confinate in questa foresta periferica impoverita, con lo statuto di zona tampone.Questi esempi di caccia e di pesca illustrano un processo generale che implica anche la limitazione eventuale delle attività di raccolta. Non è certo che, in futuro, le zone tampone forniscano il miele, i bruchi, i manghi, gli ignami selvatici e i funghi… necessari ad una alimentazione sana e variata e, globalmente, al benessere materiale della popolazione.La contraddizione tra gli imperativi della politica attuale di protezione della foresta e gli interessi della popolazione mette in evidenza il rischio di compromettere uno sviluppo economico e sociale equilibrato e duraturo. Si tratta di storture di cui le ONG incaricate di sensibilizzare la popolazione per una migliore gestione della foresta dovranno tenere conto. Le campagne di sensibilizzazione falliranno se la popolazione, già a confronto con i problemi della sedentarizzazione, della chiusura della regione, della caduta del prezzo del caffè e del cacao e dell’insediamento di società di sfruttamento straniero, si rende conto che non sarà più autorizzata a spostarsi liberamente sul proprio territorio forestale divenuto area protetta. Perché è probabile che essa non parteciperà se non malvolentieri a progetti che vanno contro il suo attaccamento alla foresta.