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L'EREDITA DELLA FORESTA...
... e le difficoltà di integrazione nella società africana moderna
di Michele Metz, 03.2010, rivista 92
Le popolazioni, comunemente denominate “pigmee” dell’Africa centrale sono conosciute come le ultime etnie del mondo che vivono ancora di raccolta occasionale e di caccia. Numerose pubblicazioni, la maggior parte delle quali celebri, si soffermano a descrivere il loro particolare modo di vivere. La gente li conosce grazie ai film – alcuni dei quali eccellenti – che mostrano l’adattamento culturale di queste popolazioni all’ambiente della foresta. Film come quelli della “National Geografic” o trasmissioni come Quark, Ulisse ed altri ci hanno permesso di accompagnare i pigmei ad una battuta di caccia, di vederli ballare e di sentirli cantare. Possiamo ammirare il loro “jodeln” polifonico e su YouTube, la loro abilità nel salire sugli alberi e così via ma, l’immagine tramandata dei pigmei dai media non corrisponde più alla realtà dei giorni nostri. A partire dagli anni sessanta inizia, secondo un disegno statale, una forte pressione da parte delle autorità locali sui Baka che vengono intimati a diventare sedentari e tanti cominciano ad accampare, nei dintorno dei villaggi con i quali prima scambiavano merci, lungo le piste, seguendo ancora la vita tradizionale ritirandosi per lunghi periodi dell’anno nella foresta. Una grande parte di loro però evidenzia ormai un modo di vivere fortemente cambiato. La foresta equatoriale, la loro patria e la loro madre nutrice è profondamente sconvolta dai cantieri di abbattimento di alberi, dalle piantagioni industriali, dalle miniere d’oro e di diamanti e ha perso la sua impenetrabilità. Non è tanto il taglio in se stesso ma le piste dei camion per il trasporto del legname che rendono la foresta accessibile a tutti e aiutano a devastarla. I cacciatori professionali che forniscono la carne ai dipendenti delle segherie e ai taglialegna fanno strage con fucili semiautomatiche tra la selvaggina che si ritira nella brousse ancora intatta lontano dalle piste a dai villaggi. Così capita spesso che i Baka i cui villaggi stanziali lungo la pista inizialmente confinavano con il loro territorio di caccia, dopo qualche anno si trovano isolati nei loro accampamenti perché la foresta nel frattempo è talmente impoverita che non riesce più a nutrire il suo piccolo popolo. La sopravvivenza delle comunità pigmee Baka e delle loro tradizioni è messa in pericolo non solo dall’impoverimento ambientale, dalla deforestazione, dai cacciatori professionali e dai turisti ma anche dalla loro difficoltà di integrarsi nella società africana “moderna”. Il mondo dei Baka, i loro tempi, riti, ritmi di vita e abitudini legati alla raccolta, alla caccia e ai loro spostamenti rendono il mondo moderno con le sue gerarchie, i suoi astrattismi e suoi ritmi di difficile comprensione.
Un Rapporto deteriorato
Il rapporto con i loro vicini i Beti, che forse non è mai stato proprio paritario è peggiorato enormemente. Il fatto che gli accampamenti dei pigmei spesso si trovano vicino i villaggi dei Beti implica automaticamente che devono sottoporsi alla loro amministrazione e nello stesso tempo perdere le prerogative della foresta nella quale vivevano. Così ci troviamo oggi nella situazione assurda, che la “redevance forestiere” – una specie di tassa, che pagano le grandi compagnie del legname che sfruttano la foresta ai comuni locali come rimborso danni e per lo sviluppo delle zone colpiti dallo “sfruttamento” – sparisce nella tasca dei capi villaggio e dei notabili Beti. Assurdo perché i veri colpiti, i pigmei Baka non ne vedono un franco cfa (valuta del Camerun). I Baka, così svantaggiati dalle direttive statali e senza un rimborso o aiuto economico si ritrovano, se non vogliono morire di fame, come braccianti nelle piantagioni al servizio dei ricchi Beti (ci sono anche dei poveri), che li pagano la miseria di 200 ai 400 franchi cfa al giorno cifra che corrisponde a ca. 30, 50 centesimi, che, anche in Africa, non è sufficiente per vivere.
Discriminati e declassati
A questa dominanza economica sui Baka da parte dei loro “Padroni” corrisponde spesso un comportamento razzista che declassa i Baka a uomini minori, inferiori, considerati ladri, bugiardi, alcolisti, nulla facenti e considerandoli addirittura un bene di loro proprietà. I Baka sono emigranti e immigranti nello stesso momento, nella loro propria terra. Sbattuti lungo le piste, fuori dalla loro foresta, “la brousse”, non hanno più niente da contrapporre ai Beti. Hanno dovuto adottare l’architettura loro (casa rettangolare fatta di terrra seccata e legno) perché le proprie abitazioni tradizionali, le huttes (o mòngulu) sferiche fatta di stecche di legno e foglie, sono inadatte per un uso stanziale. Hanno dovuto mettersi addosso dei vestiti perché la cosiddetta “civilizzazione” non permette nudisti. Vestiti che peraltro creano problemi di igiene e che diventano nidi per parassiti. Anche i loro rimedi di medicina tradizionale basata sulla conoscenza delle piante medicinali della foresta si rivela inutile. Contro le malattie finora sconosciute da loro come il semplice raffreddore, tosse, polmonite, influenza, le malattie infantili come morbillo e compagni i Baka non conoscono ricette e tanti di loro, soprattutto tanti bambini muoiono. La mancanza di latrine, pozzi artesiani e un’adeguata assistenza sanitaria non fa che peggiorare la situazione. Tutta la loro intelligenza, tutto quello che hanno imparato in millenni di vita nella foresta, la loro strategia di sopravvivenza lunga la pista nei villaggi, fuori dalla loro brousse, non serve più a nulla. Anzi, l’addattamento socio-evolutivo ad un ambiente così specifico e ostile come la foresta equatoriale del Centralafrica ha impresso delle regole comportamentali che, nella vita lungo le piste, lasciano i Baka indifesi e rendono la loro integrazione nella società africana moderna abbastanza complessa.
I Baka evitano conflitti
I Baka evitano il conflitto. Appartengono a un popolo pacifico e non violento. Non posseggono una struttura sociale gerarchica, non conoscono e riconoscono dei capi, se non per merito di esperienza, anzianità o bravura e normalmente solo per il lasso di tempo di una battuta di caccia. Nel caso di conflitti e divergenze all’interno di un gruppo è prassi che il gruppo si divida piuttosto che una parte del gruppo tenti di imporre le proprie idee all’altra parte. I Baka non muoiono per mano di un altro Baka. La vita nella foresta è già così molto pericolosa perché renderla ancora più difficile? Questa strategia della non violenza non ammette l’uso della parola “no” e di conseguenza non permette di negare mai niente a nessuno senza però poi soddisfare la richiesta. Tu chiedi a un Baka di aiutarti a estirpare l’erbaccia nel tuo orto e ti dirà di si. Se gli va, viene, altrimenti si ritira per qualche giorno nella foresta e ti pianta in asso. Si capisce che un tale comportamento disorienta fortemente individui cresciuti e inseriti in società gerarchiche come quella dei Beti o come le nostre culture occidentali. Per i Beti i Baka sono “bugiardi” e inaffidabili.
I Baka dividono tutto
I Baka non conoscono la proprietà privata come la consideriamo noi e dividono tutto con il gruppo. Soprattutto il cibo. Esiste la piccola caccia, del padre, che esce con il figlio o da solo, a procurare un porcospino, una scimmia, un roditore, utilizzando trappole e lacci o la balestra, per sfamare la propria famiglia, ma essa non sostituisce la grande caccia, battuta alla quale partecipano tutti. È questa la caccia che permette di fornire non solo abbastanza carne per tutti i membri del gruppo ma anche di accumulare un surplus, che conservato attraverso l’affumicatura serviva per il baratro con i Beti. Anche la raccolta da parte delle donne avviene maggiormente in gruppo. I Baka che accampano ai bordi di un villaggio Beti quando non trovano nient’altro da mangiare vanno a raccogliere il mais o la manioca nei campi dei Beti, per loro non c’è niente di male in questo. Ci si può immaginare la reazione: per i Beti spesso i Baka sono ladri.
I Baka sono cacciatori
Chi vuole capire i Baka o altri popoli che appartengono alla categoria dei raccoglitori occasionali e cacciatori deve capire il rapporto che hanno con il cibo. Le società degli agricoltori come la nostra, riescono grazie alla coltivazione di piante selezionate, all’allevamento di animali e grazie ad una efficiente conservazione dei prodotti derivati a rendere l’alimentazione regolare, un qualcosa di scontato e addirittura a volte noioso e poco variegato. Per i Baka invece il pasto quotidiano non è cosa scontata e sempre un po’ a sorpresa, a secondo quello che si trova e secondo l’animale o pesce che viene catturato (succede anche che non si mangi affatto). In più c’è sempre il fattore dell’immediato, della sorpresa, e anche della fatica e della gioia che sono legati al ritrovamento o la cattura del cibo. Forse un raccoglitore di funghi, di asparagi, di cicoria o un cacciatore che dopo una giornata intera nel bosco porta una beccaccia a casa, ha una vaga idea di che cosa sto parlando. Il cibo per il Baka è tutto. La sua vita gira intorno ad esso. Cibo è vita e appagamento nello stesso momento. Cibo è festa. Questo senso di piacere, legato al mangiare e bere, che va molto oltre il semplice senso olfattivo e la sensazione di sazietà, rende i pigmei particolarmente vulnerabile per le droghe di qualsiasi tipo ed è facile che un Baka dopo una giornata di lavoro nei campi di un Beti investa gli spiccioli guadagnati in alcool. Per tanti Beti i Baka pensano solo a mangiare e sono alcolizzati.
I Baka non conservano cibo.
Un altro aspetto, sempre legato al cibo e il loro modo di procurarselo e l’immediatezza che caratterizza la filiera dell’alimento grezzo al piatto preparato. Raccolto, catturato, cotto e mangiato. Raramente i Baka conservano gli alimenti per i tempi di magra. Generalmente il cibo va consumato entro le 72 ore. Questa costrizione di vivere alla giornata è fortemente condizionata dal clima caldo-umido della foresta pluviale equatoriale che da un lato impedisce qualsiasi forma di conservazione del cibo e dall’altra non presenta delle vere stagioni che potrebbero limitare la raccolta o la caccia a un determinato periodo dell’anno e costringere ad accumulare provviste. Questo fatto rende i Baka refrattari all’agricoltura e tanti tentativi da parte di missionari, ONG ed altre organizzazioni di introdurre almeno un’agricoltura di sostentamento sono falliti. Il Baka spesso preferisce lavorare per una miseria nel campo di un ricco Beti e di essere pagato a fine giornata, poiché l’appagamento immediato fa parte del suo stile di vita, piuttosto di seminare un campo proprio ed aspettare dei mesi che crescano le piante. I Baka sono fannulloni
Ci sono tanti altri aspetti che rendono un’integrazione paritaria dei Baka nella società africana “moderna”, difficile. Ho riportato soltanto alcuni fattori culturali per favorire una comprensione della complessità del problema. Dall’altro canto un’integrazione intesa come omologazione totale dei Baka nella società dei Beti significa la fine della loro cultura e la fine del loro popolo. I matrimoni tra uomini Beti e donne Baka sono un avvertimento. I loro figli nascono Beti non Baka.
Saranno loro stessi a decidere
o non decidere. Noi europei e occidentali, che infine abbiamo causato e continuiamo a causare più o meno indirettamente la loro situazione rubandogli le loro foreste per “sfizio” (produciamo abbastanza legname da no dover ricorrere a legno “esotico”) e che conosciamo il loro problema, abbiamo il dovere di aiutarli nelle loro decisioni e farci portavoce di un popolo che deve ancora imparare a difendersi.




















