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Istruzione in Camerun – La Scuola come Impresa sociale
La redazione ha parlato con Padre Sergio Ianeselli dell’istruzione in Camerun, del suo modello “impresa sociale” e dei suoi progetti a favore della scolarizzazione dei bambini di strada a Yaounde. intervista con Sergio Ianeselli, rivista 93/2010
Redazione: Caro Padre Sergio, la CFIC gestisce varie scuole, di tutti i tipi, in Camerun. Visto che la maggior parte di esse, escluse le scuole a Bamenda, stanno sotto la tua responsabilità, suppongo che tu conosca bene il sistema scolastico del Camerun. Dunque, prima di farti delle domande specifiche sul tuo lavoro nel settore dell’istruzione, vorrei avere delle risposte sullo stato generale dell’istruzione nel Camerun.
Padre Sergio: La situazione dell’istruzione in Camerun è sicuramente migliore che in altri paesi africani. Anzi, dicono che l’istruzione camerunese è tra le migliori del continente africano. Secondo le statistiche ca. l’ottanta percento dei bambini frequenta la scuola primaria. Il ciclo scolastico comprende cinque anni di scuola elementare, quattro di collège che corrisponde alle medie in Italia e altri quattro anni di lycée, che equivale al nostro liceo. La scuola elementare è gratuita, a parte una tassa d’iscrizione che non è molto alta, ma che per le famiglie povere con diversi figli sulle spalle diventa un ostacolo. Inoltre ci sono i libri da pagare, la merenda, i quaderni e qualche volta anche gli insegnanti, poiché succede che lo stato non li paga. La vita dello studente qui è molto impegnativa, perché mancano gli strumenti necessari. Nelle elementari i bambini hanno un solo quaderno per tutte le materie. L’insegnante scrive sulla lavagna e loro copiano, che abbiano capito o no, poco importa. Quando devono andare al collège o al liceo le cose cambiano e l’iscrizione diventa una tassa scolastica più impegnativa. C’è comunque una cultura dell’istruzione e chi supera il collège fa tutto per andare al liceo e superare il diploma liceale. Pochi però alla fine riescono a studiare all’università o a trovare un lavoro nel loro campo. Lo stato sforna licei, ma c’è poca offerta universitaria, è troppo ristretta. Da qualche anno abbiamo anche un’università cattolica fondata dai gesuiti che è molto buona e rinomata ma anche molto cara. Le facoltà sono in prevalenza ecclesiastiche: Teologia, Filosofia e Scienze sociali; inoltre ha una filiale che si chiama «Gestione», per la formazione di amministratori e gestori della cosa pubblica e di imprese; infine organizza un Istituto di tecnologia di cui il primo e il secondo ciclo sono a Douala, il resto a Point Noir in Congo Brazzaville. Qui a Yaoundé ci sono anche diverse Università statali, ma il loro funzionamento lascia a desiderare: ad esempio, si devono pagare mance per avere l’iscrizione, 5.000 studenti sono costretti a seguire un corso in una sala di 600 posti; al mattino si devono mettere in coda per poter entrare e poi lottare per occupare un posto. L’offerta si limita prevalentemente a Lettere, Scienze sociali, facoltà utili a sfornare impiegati statali e insegnanti. Ma quando esce un bando per esempio per 1000 insegnanti di scuola elementare, finisce che si iscrivono in 12.000 (che intanto pagano la tassa per partecipare al concorso). Se poi uno vince, fa ancora due anni di studio a pagamento per essere assunto come insegnante elementare. Le famiglie fanno di tutto affinché il figlio riesca a diventare dipendente dello stato. E quando lo è diventato, incominciano i problemi, in quanto tutti cercano di rifarsi su di lui perché l’hanno aiutato per ottenere quel posto. In genere non vincono i migliori, ma coloro che possono contare su una buona raccomandazione, che ha anch’essa il suo prezzo.
D’altro canto manca dappertutto personale qualificato nei settori tecnici. Mancano ingegneri, medici, ricercatori e personale qualificato per la produzione, e anche agronomi. Basta pensare che un paese come il Camerun è costretto ad importare alimentari, perché non riesce a produrre il fabbisogno nazionale. Insomma, manca un’università con indirizzo tecnico/scientifico, che funzioni bene e che sia in grado di colmare questo grave handicap dell’istruzione camerunese. Finché questa manca, gli studenti migliori, se hanno il supporto economico necessario, se ne vanno a studiare all’estero e poi non tornano più.
Mancano università qualificate
Redazione: “... e l’università? Ci avete fatto un pensierino?
Padre Sergio: Un pensierino? Direi un pensierone. Ma alla fine abbiamo rimesso il progetto nel cassetto. Era economicamente troppo impegnativo. Magari più in avanti.
La scuola un affare?
Redazione: Sergio, la CFIC gestisce, oltre alla scuola, col ciclo completo qui alla Promhandicam (dalle elementari al liceo), due grandi “collège” a Yaoundé e un altro a Sangmélima, tutti tre con il solo ciclo secondario (medie e liceo) che è a pagamento. So che gestire un liceo in Camerun viene considerato un affare e che la chiesa è molto impegnata nella gestione dell’istruzione. Nel lontano 2002 più di 250.000 alunni sono usciti da scuole elementari gestite da congregazioni e diocesi e più di 55.000 alunni da scuole superiori gestite da istituzioni cattoliche. Interessante è anche che negli ultimi anni si nota una diminuzione degli alunni del ciclo primario e un aumento degli studenti delle superiori che escono da scuole private. C’è chi parla addirittura dell’affare “scuola” in Camerun.
Padre Sergio: L’idea è nata per via delle opere sociali. Io ho cominciato a Sangmélima con i bambini poliomielitici e disabili, fondando poi altri “Foyer” a Ebolowa e Kribi; parallelamente è iniziata, nei primi anni novanta, l’avventura con i pigmei e le scuole per i piccoli Baka. Poi abbiamo preso in gestione la Promhandicam, che era nata come istituto e scuola per i non vedenti, ampliandola con il tempo per occuparci anche dei disabili fisici e dei bambini con handicap mentale.
Abbiamo un progetto esterno, il RBC che assiste più di 600 disabili esterni, di Yaoundé e dintorni. Poi, sempre a Yaoundé, abbiamo un altro grande progetto che si occupa del recupero di bambini di strada e che coinvolge migliaia di bambini in 25 quartieri della città. Tutte queste opere costano tanti soldi. Lo sai bene, perché Dokita è o è stato coinvolto più o meno in tutti questi progetti.
Dove prendere tutti questi soldi?
Dove prendere tutti questi soldi? Io in 36 anni ho conosciuto della gente, ho scritto migliaia e migliaia di lettere, ho girato mezza Italia, ho preso contatto con enti, fondazioni e sponsor e riesco a tirare su dei soldi. Ma ho superato i settanta anni. Quando non sarò più qui, i miei confratelli africani come faranno a mandare avanti questi progetti e le altre opere sociali senza questi “giri”, che sono legati alla mia persona? Non ce la faranno! Sono anni ormai che cerchiamo di diventare più autonomi, per garantire la continuazione di tutti questi progetti ed altri anche per il futuro. Lo stato che si dovrebbe interessare del sociale non ci dà un CFA (franco centralafricano, valuta camerunense). Con la scuola privata abbiamo la possibilità di offrire un servizio alternativo a quello dello stato, con una qualità e continuità di formazione molto superiore a quella delle scuole statali e di mettere anche un po’ di soldi da parte per finanziare le opere sociali. Per noi è… - come dicono in Italia? - un’impresa sociale. Una realtà economica che ci permette di continuare i nostri progetti e, quello che è importante, diventare più autonomi. I paesi africani non possono contare per sempre su un assistenzialismo portato e finanziato dall’estero, mollando così lo stato sociale, senza un minimo aiuto economico, a degli “esterni”. Noi prendiamo e diamo. Facciamo pagare la retta scolastica a chi la può pagare e cerchiamo attraverso delle borse di studio di dare la possibilità di frequentare la scuola anche a chi è bravo, ma non ha possibilità economiche.
L’Avventura Scuola: L’impresa sociale
Redazione: Come è iniziato questa “avventura impresa sociale”?
Padre Sergio: Pensa, la prima scuola “Gasolent” la prendemmo in affitto per sei anni, l’abbiamo tirata su e, nonostante non fosse nostra, siamo riuscito guadagnarci qualcosa. Nel frattempo abbiamo costruito due collèges a Yaoundé, oltre alla scuola qui alla Promhandicam. Il primo, il collège “Père Monti” fu aperto il famoso 11 settembre del 2001 e conta ormai 2900 alunni, comprendendo finora il ciclo medie-superiori, anche se sono previsti una scuola elementare e un asilo, per farlo diventare un complesso scolastico completo. Siamo abbastanza conosciuti in città perché trasportiamo circa 1500 allievi con i nostri pullman, quelli che hai visto qui fuori in cortile. Sui fianchi hanno scritto in grande “collegio cattolico Padre Monti”. Tutti a Yaoundé conoscono questi pullman, vecchi e che ogni tanto vanno in panne. Poi abbiamo fondato il “Colim” (Collège de l’Immaculée) a Sangmélima e adesso stiamo completando il collège Saint Benoit, che sarà veramente grande e famoso. Certo, per chiudere in bellezza ci vorrebbe l’università con indirizzo tecnico/scientifico. O almeno una buona scuola tecnica.
Recuperiamo i bambini di strada a Yaoundé
Redazione: Parlaci del vostro progetto di recupero dei bambini di strada qui a Yaoundé, al quale è legato anche Dokita attraverso il sostegno a distanza e che abbiamo co-finanziato per un anno con la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Padre Sergio: Sì, collegato alla Promhandicam, e alla mia persona, c’è un grosso progetto che si occupa dei bambini abbandonati nella città di Yaoundé. Se vuoi, andate qui in un quartiere di Yaoundé, in uno di quelli malfamati e c’è ne sono parecchi, vedete delle situazioni peggiori di quelle per esempio dei Baka o dei villaggi fuori città. Povertà estrema, fogne a cielo aperto, acque sporche, case fatte di cartoni e ovunque in mezzo alla sporcizia bambini lasciati a se stessi, affamati e ammalati. Allora abbiamo reclutato delle ragazze, tirate via dai marciapiedi e le abbiamo formate come agenti sociali e mandate nei quartieri più degradati della città per individuare i bambini “di strada”. Per esempio se vedono un bambino che gioca fuori orario di scuola, lo accostano e chiedono “come mai non vai a scuola? Andiamo dalla mamma e papà e vediamo perché e per come...”. Parlano con i genitori e se sono d’accordo ad aiutarli li iscriviamo a scuola, però con la partecipazione dei parenti. Non prendiamo mai in carico tutto quanto. Sempre fifty fifty, a metà. Loro devono partecipare. Sono ammalati? Andiamo al dispensario e c’è chi paga la visita e chi paga le medicine. Sono affamati? Allora portiamo loro da mangiare. Purtroppo abbiamo negli ultimi anni trovato moltissimi bambini affamati, bambini che non mangiano. Spendiamo più soldi per farli mangiare che per la scuola o per la salute. Ogni anno ci sono 60 ragazze, ovvero 60 assistenti sociali che vanno in 30 quartieri della città e cercano questi bambini. Una volta che li hanno trovati, li assistono a scuola e ogni sera, sotto una veranda, in una baracca, vengono i bambini, anche altri che non sono adottati, che non sono nostri e fanno un doposcuola. Le nostre ragazze naturalmente sono sempre presenti. C’è una suora che fa da direttrice, una suora africana, molto brava e anche molto seria che controlla le ragazze, se sono sul posto, se lavorano e se lavorano bene. Anche perché le ragazze vengono pagate. Poi affidiamo loro dei soldi per comprare da mangiare, per pagare i libri, i quaderni e tutto quello che serve ai bambini. Di questi soldi devono rendere conto ogni mese alla direttrice. Se troviamo una che ha rubato la mettiamo fuori, anche perché c’è ne sono tante altre che cercano lavoro. E’ un progetto che non ha nessuna struttura ma che ci costa circa 5000 € al mese. Non c’è nessun bureau, nessuna casa, si radunano qui alla Promhandicam nella nostra sala grande una volta al mese. La direttrice, le cinque ragazze coordinatrici che le aiutano e le altre 60 ragazze che devono rendicontare le loro spese, si ritrovano per parlare dei problemi, di casi difficili, di progressi. Ognuna racconta qualcosa. Alla fine faccio il mio discorso sul dovere morale d’aiutare questi bambini, come trattarli in modo che imparino a rispettarli. Anche perché i bambini non sono molto considerati in questo ambiente soprattutto dall’età dello svezzamento fino alla pubertà. Vengono abbandonati a se stessi, disprezzati, tenuti male, li fanno lavorare ecc, poi la cosa cambia. Ragazzi e ragazze li vedi che sono ben vestiti e non si fanno più sfruttare dai genitori. Ma la vita da bambino, dai due ai tredici, quattordici anni, in Camerun e in tutta l’Africa non è facile. Noi cerchiamo di rendere loro la vita più serena, più vivibile e più da bambino, cercando soprattutto di integrare i genitori in questo processo educativo.
I millenium goals?
Redazione: Per chiudere ti faccio la stessa domanda che ho posto anche a Padre Francesco: ti ricordi i millenium goals del 2000? Il secondo obiettivo riguardava l’istruzione. Tutti gli stati firmatari volevano impegnarsi a garantire che, entro il 2015, tutti i ragazzi, sia maschi che femmine, possano terminare un ciclo completo di scuola primaria.” Nel Camerun ci si riuscirà entro quella data?
Sergio: Mi pare che stiamo al 81% di bambini che frequentano una scuola elementare. Per il mancante 19% sarà difficile. Attualmente solo 0,5% dei più poveri frequenta la scuola. Poi ci sono le minoranze come i Baka (pigmei), i disabili, le ragazze, soprattutto nei villaggi più remoti e nel nord che sono fortemente svantaggiate. Non si tratta solamente di mettere a disposizione scuola e insegnanti. Bisogna cambiare la mentalità delle persone e le usanze tradizionali, i matrimoni precoci, la poligamia, il modo di considerare i bambini che vengono sfruttati come mano d’opera gratuita ecc. Devo dire che noi abbiamo guardato sempre oltre questo obiettivo dei Millenium Goals. Da una parte ci occupiamo delle minoranze e i nostri progetti parlano da se stessi ma dall’altra l’obiettivo finale non è l’istruzione elementare per tutti. Forse è la base di partenza ma di certo non l’arrivo. Serve la formazione professionale, e servono le scuole adeguate, serve lavoro. Serve anche abbandonare il puro assistenzialismo e far capire alle persone che solo loro stessi con la propria partecipazione possono cambiare le cose.
Redazione: Grazie Padre Sergio per il tuo tempo e le tue delucidazioni. Un ultima parola ai nostri lettori?
Sergio: Si. Grazie a tutti quelli che hanno partecipato concretamente a realizzare i nostri progetti e che continuano a sostenerci.






