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Un Cavaliere in Missione

di E. Mvomo e M. Metz, riv. n. 82

Emmanuel Mvomo della Redazione Dokita ha intervistato Padre Francesco Cavalieri uno dei Veterani della CFIC e uno dei primi Missionari Africani.

Redazione: Padre Francesco tu sei uno dei veterani della CFIC e uno dei primi ad andare in missione in Africa. Parlaci del vostro arrivo.
P. Francesco: Tutto iniziò il 23 febbraio 1970 con “Dokita” Fr. Clemente Maino e Fr. Abbondanzio Millefanti, nel lebbrosario di Sangmélima in Camerun. Maino e Millefanti erano infermieri e iniziarono a curare i lebbrosi il giorno dopo il nostro arrivo. Io essendo sacerdote facevo il cappellano dei lebbrosi ed ero anche l’economo della comunità. Abitammo per un anno e mezzo in affitto per poi trasferirci nella nostra casa di Lobosi (dove ora Suor Laura gestisce il Foyer “l’Esperance).

Redazione: Padre Francesco tu hai lavorato insieme con “Dokita” Maino. Raccontaci qualcosa di lui.
P. Francesco: Abbiamo lavorato quattro anni e mezzo insieme, fino alla sua morte. Era un lavoratore instancabile con una energia eccezionale e un buon superiore per la comunità. Era un uomo semplice con un grande carisma e umore. Mi ricordo che scherzava sempre e gli piacevano le barzellette. Tutte le domeniche cucinava lui e ci faceva sentire a casa. Era molto bravo a preparare i nostri piatti italiani preferiti.

Redazione: Quanti anni sei rimasto in Camerun e quando ti sei trasferito in Congo RD.
P. Francesco: Sono rimasto 22 anni in Camerun. Dopo la morte di “Dokita” Maino ho fatto per tanti anni il “depistage” dei lebbrosi nella foresta con gli infermieri dell’ospedale. Vuol dire che andavamo in ricerca di lebbrosi per poi convincerli a farsi curare e portarli al lebbrosario. A Kinshasa sono arrivato il 25 febbraio del 1992. Atterrammo a Brazzaville perché l’aereoporto di Kinshasa era chiuso dopo il “pillage” del settembre 1991 (il grande saccheggio della città da parte degli abitanti degli slum con la connivenza dell’esercito). Quel giorno mi accompagnò P. Pietro Luzzitelli che a quei tempi era Padre Maestro dei novizi a Sangmélima.

Redazione: Come era la situazione nel Congo e a Kinshasa al vostro arrivo?
P. Francesco: A Kinshasa la situazione era disastrosa, si sentivano ancora gli effetti del “pillage” di 6 mesi prima. Era difficile trovare elettrodomestici e le cose necessarie per la vita quotidiana. Poi pian piano la situazione è migliorata. A Kinshasa ho trovato Fr. Ignace Ngamayama che era riuscito a partire prima del “pillage”. Abbiamo preso una casa in affitto per un anno in attesa di costruire a Righini.

Redazione: Che erano i primi passi dopo il vostro arrivo?
P. Francesco: I primi passi sono stati di evidenziare i bambini vittime del “pillage”, orfani di guerra che si erano ritrovati sulla strada. Fu l’inizio del lavoro che portiamo avanti fino ad oggi.

Redazione: Come era la situazione durante la guerra del Congo. Siete rimasti a Kinshasa o avete dovuto lasciare il paese?
P. Francesco: Nel ‘98 durante la guerra che mosse l’Uganda e il Ruanda contro Laurent Kabila (il padre del presidente attuale Josef Kabila) ci sono stati 5 giorni con una situazione molto critica. Siamo rimasti tutti i Fratelli, soltanto i postulanti erano andati a casa.

Redazione: Quando avete fondato “Ospeor” e come sono andate le cose da allora?
P. Francesco: OSPEOR ovvero “Oeuvres Sociales pour la Protection des Enfants Orphelins et de la Rue”, è stato fondato nel 1999 con l’apertura dei due Foyers. L’Ospeor è stato molto utile per i nostri centri sia per la formazione degli educatori, sia per l’educazione dei bambini a rischio. I bambini sono generalmente orfani con delle situazioni sociali molto difficili che si sono create dopo la morte dei loro genitori. Li prendiamo dopo avere studiato il caso e quando siamo sicuri che non c’è nessuno altro che li tiene. Devono essere dei veri casi disperati.

Redazione: Che tipo di disagio manifestano i bambini che accogliete nelle vostre strutture e come vengono alla vostra comunità?
P. Francesco: I ragazzi da noi assistiti sono soprattutto i cosìdetti “bambini di strada”, durante e subito dopo la guerra erano in maggioranza ex bambini soldato e orfani di guerra. Oggi invece sono soprattutto orfani di Aids e bambini “Sorcier” (bambini stregoni) che vengono espulsi dalle proprie famiglie. Come arrivano da noi? Siamo noi che andiamo a cercarli. Alla sera, nei mercati e nei “carrefours” dei comuni di Lemba, Ngaba e Makala. Prima di tutto cerchiamo di fare amicizia col bambino e di stabilire un rapporto di fiducia. Poi li invitiamo a venire nel nostro Centre Frère Maino (CFM) e cerchiamo di convincerli di andare a scuola e di osservare il regolamento interno. I ragazzi di strada del CFM sono 35, mentre i bambini orfani del Foyer Père Monti (FPM) sono 30 (quasi tutte bambine). È più facile tenere gli orfani anche perché accettano subito il regolamento perché sanno che sono trattati bene in tutti i sensi.

Redazione: È difficile di toglierli dalla strada e di convincerli di reinserirsi in una vita normale?   P. Francesco: Non è sempre facile. Tanti bambini che si trovano per strada sono scappati da casa perché si sono trovati male nella “vita normale”. Maltrattati, espulsi come “Sorcier” come capro espiatorio per tutte le disgrazie capitate alla propria famiglia. Abbandonati perché i genitori non riuscivano sfamarli. In strada si arrangiano e trovano sempre qualcosa da mangiare ai mercati, sbrigando qualche servizio o rubacchiando qualcosa. Per tenerli nei nostri centri non serve solamente da mangiare o un vestito nuovo ma soprattutto calore umano, comprensione e fiducia. Quando arrivano all’età di adolescente e cominciano a cercare più libertà o a voler indagarsi sul proprio passato cerchiamo di metterli in contatto con le proprie famiglie o con dei parenti. In alcuni casi riusciamo anche a trovare delle famiglie adottive. Ai ragazzi più grandi facciamo fare l’apprendistato di un mestiere e generalmente quando lasciano il centro hanno già un lavoro. Abbiamo molti Ex che sono riusciti a farsi una famiglia. Le bambine più grandi imparano il taglio e il cucito e anche loro escono con un lavoro, ad altre facciamo frequentare la scuola media-superiore. Con le ragazze ed i ragazzi reinseriti nelle proprie famiglie o adottate continuiamo generalmente il contatto per qualche anno pagando loro la retta scolastica e sostenendoli in qualche maniera.

Redazione: Potete misurare in qualche maniera il vostro successo, avete ancora contatto con minori ormai adulti usciti da una vostra struttura?
P. Francesco: Non vorrei parlare di successo al 100 % anche perché il lavoro di recupero è talvolta molto difficile e il passato vissuto dei ragazzi è spesso inimmaginabile per una persona che osserva da fuori. Seguiamo gli ex-alunni orfani e di strada e ci interessiamo alle difficoltà che trovano e li aiutiamo. Però dobbiamo ammettere che c’è qualche ragazzo che ritorna in strada.

Redazione: Come finanziate tutte le vostre attività qui a Kinshasa ?
P. Francesco: Le nostre attività rivolte ai bambini sono finanziate soprattutto con le adozioni a distanza. Facciamo anche qualche microprogetto per delle necessità particolari. Il COFES “Collège Frère E. Stablum” riesce a vivere con le tasse scolastiche. Il “Centre de Santé Ngondo Maria” riesce a sostenersi con quello che danno i malati secondo le tariffe del BDOM (l’Ufficio Diocesano delle Opere Sanitarie)

Redazione: A proposito Ngondo Maria? Come sta andando avanti il progetto con il centre di Santè a Makala. Siete riusciti ad andare avanti?
P. Francesco: Il progetto del “Centre de Santé Maternité Ngondo Maria” sta andando avanti bene. Il centro è stato scelto come “Centre de Référence” per il comune di Makala. Significa che un giorno sarà un “Centre Hospitalier” con maternità, camera operatoria, pediatria, medicina interna, ecc. Attualmente stiamo costruendo la maternità con l’aiuto di donazioni di privati. Dokita Trentino ha presentato un progetto alla Regione Trentino-Alto Adige e stiamo aspettando. Siamo arrivati ormai al tetto, la maternità è composta di due batiments con 28 posti letto. Il Centre di Santé attualmente lavora molto, è aperto giorno e notte. I dieci letti della piccola maternità sono sempre pieni e dobbiamo aggiungere dei materassi per terra.

Redazione: Che ruolo avrà Makala all’interno della sanità a Kinshasa?
P. Francesco: Secondo le nostre previsione il centre de santé Ngondo Maria potrebbe coprire il comune di Makala e dintorni. Insomma tutta la zona non coperta dai servizi sanitari pubblici perché di difficile accesso. Permetteremo a queste popolazioni di avere le prime cure, di lottare contro le malattie come la malaria e far decrescere la mortalità infantile. Speriamo di farlo con l’aiuto di DOKITA e dei nostri benefattori che non cessiamo di ringraziare.