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L’Italia è ancora un
paese solidale?

di Mario Grieco,direttore Dokita, riv. 96, 2011
Innanzitutto, vorrei esprimere a nome mio e di tutti gli operatori e volontari di Dokita un caro saluto di benvenuto a P. Daniele Bertoldi, recentemente nominato Presidente di Dokita. A P. Daniele va il mio personale augurio di buon lavoro e che ciò possa concretizzarsi in un consolidamento delle attività di Dokita nel mondo a sostegno delle persone più bisognose di qualsiasi condizione sociale, religione, provenienza, etnia.

Scrivo questo breve articolo dal Brasile, dove mi trovo per monitorare le attività previste dal progetto “Centro di Attenzione Integrale all’Adolescente” (CAIA). Il CAIA, situato a sud della città di Foz do Iguaçu, a ridosso della favela Vila Morenitas - come molti di voi sapranno - offre agli adolescenti un programma di assistenza sociosanitaria integrale, considerando aspetti sociali, economici, culturali, educativi e avendo come obiettivo il loro pieno sviluppo e la riduzione di squilibri individuali e sociali. Le attività sono sensibilmente cresciute negli ultimi anni, grazie al contributo degli operatori Dokita, e oggi il CAIA è unanimemente considerato dalla popolazione e dalle autorità locali un esempio da seguire e replicare.

Il successo del CAIA ha fatto sì che diversi enti brasiliani pubblici e non-profit, che per una ragione o l’altra erano venuti a conoscenza della nostra esperienza, avendo avuto modo di apprezzare il nostro impegno e i risultati ottenuti con i giovani della favela, ci hanno chiesto un supporto per replicare anche presso le loro comunità questa positiva esperienza. Ho, dunque, approfittato di questo mio soggiorno in Brasile per visitare alcune di queste realtà, principalmente del nordest, la zona più povera del Paese, per valutare l’opportunità di aprire nuovi fronti di intervento.

I bisogni che ho riscontrato sono tanti, così come le richieste che ho ricevuto. Ciò mi ha fatto riflettere circa la percezione che si ha all’estero dell’Italia, che è per fortuna quella di una economia forte e di un Paese ricco, solidale e accogliente, impegnato nella cooperazione internazionale allo sviluppo; in altre parole, l’immagine di un Paese disposto a mettersi in gioco per aiutare gli altri.

È ancora così? Il disimpegno dell’Italia nella cooperazione allo sviluppo, i fatti di Lampedusa di questi giorni (e non per la risposta stupenda della popolazione locale, ma per l’atteggiamento delle istituzioni nazionali), le esternazioni ai limiti del razzismo di alcuni politici nostrani, avvalorano qualche dubbio. La domanda e la riflessione che pongo a tutti i nostri lettori è: siamo ancora un Paese solidale, accogliente, che incarna lo spirito cristiano o la paura dell’altro, del diverso ci stanno spingendo a chiuderci in noi stessi in una miope visione del mondo dove ognuno fa da sé, e gli altri si arrangino?
Con questa domanda/riflessione, vi lascio, alla lettura di questo numero della rivista, che è dedicato alle disabilità e agli interventi posti in essere da Dokita nel mondo su tale tema. Questo è il nostro modo di rispondere alla domanda di cui sopra: impegnarsi ad aiutare chi è meno fortunato di noi, nella certezza che aiutare gli altri Paesi a raggiungere il benessere sociale sia un dovere di un paese ricco, non solo culturalmente e socialmente, ma anche economicamente. Non dimentichiamo che nonostante la crisi e il nostro cronico pessimismo siamo pur sempre la settima economia mondiale.

Questo benessere l’Italia lo ha ottenuto, e troppo spesso facciamo finta di non saperlo, anche grazie al sostegno dei Paesi donatori, basti ricordare in tal senso gli aiuti erogatici dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale, attraverso il noto piano Marshall. E allora cara Italia, non chiuderti in te stessa, datti da fare, mantieni gli impegni presi a livello internazionale negli Aiuti allo Sviluppo, che sono un dovere per un grande Paese, quale siamo, investi e credi con forza in un mondo aperto, equo e solidale.