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La narrazione come strumento di comprensione dell’altro

di Giuseppe Costa
Questo mio contributo rappresenta una breve riflessione finale sul lavoro svolto da Dokita in collaborazione con le ONG CTM, Cestas e con l’associazione libanese Ghassan Kanafani Cultural Foundation nell’ambito del progetto “Educare i giovani al dialogo tra popoli di culture e religioni diverse attraverso gli strumenti di comunicazione globale”. Personalmente ritengo che il progetto sia riuscito concretamente a interessare i ragazzi delle scuole romane; grazie alla preziosa collaborazione dei dirigenti scolastici Flora Longhi e Antonio Giordani e grazie al lavoro svolto dagli insegnanti Maria Letizia Coco, Domenico Astuti, Caterina Perri e dal formatore Riccardo Mazza. I laboratori e i corsi di cinematografia hanno goduto di un’attiva partecipazione degli alunni e naturalmente la partecipazione è aumentata con la realizzazione dei video. Lo scopo esplicito del progetto è stato quello di favorire un dialogo fra i ragazzi italiani e i ragazzi provenienti dal campo profughi libanese di Nahr El Bared, sensibilizzando la cittadinanza sulle tematiche della multiculturalità, della pace fra i popoli oltre che sulla condizione dei profughi palestinesi in Libano. La cornice istituzionale dove sono state realizzate le attività è stata fra le migliori che si potevano scegliere a Roma, perché le due scuole G. Mazzini e L. Pavoni hanno da tempo un bacino di utenza multiculturale ed una lunga esperienza di progetti di sensibilizzazione e gemellaggio culturale.
Tuttavia la domanda che viene da chiedersi è quanto i ragazzi che hanno partecipato, se pur con interesse, al progetto siano stati personalmente toccati dalle tematiche trattate, quanto siano riusciti ad immedesimarsi nel vissuto dei loro coetanei di Nahr El Bared? In questa epoca di super stimolazione mediatica, non è semplice dare una risposta. Tutti noi siamo ormai assuefatti alle informazioni e alle immagini iperdrammatizzate che quotidianamente ci mostrano i problemi del mondo, dell’ambiente, degli immigrati, della sofferenza dei poveri, dello sfruttamento dei bambini, ecc. Questa stimolazione comporta come meccanismo di difesa psicologica, da un lato la creazione di uno scudo emotivo che ci rende insensibili e talvolta persino indifferenti e dall’altro una normalizzazione di tali tematiche, cioè una normalizzazione della sofferenza, della povertà, del crimine efferato, della guerra, ecc. I media portano nella nostra vita quotidiana, magari mentre ceniamo o ci distendiamo dopo il lavoro, le immagini dei conflitti in Afganistan piuttosto che le confessioni in fase dibattimentale di Olindo Romano in merito ai suoi problemi con i vicini di casa, e questo crea in noi una difesa emotiva che ci impedisce di sentire concretamente le emozioni. Le cose finiscono per non sorprenderci più, diventiamo spettatori passivi di fronte a fatti che in verità ci dovrebbero emozionare, tutto ci passa, ci filtra senza mai scuoterci veramente. Questo è uno dei grandi problemi per chi fa marketing sociale o sensibilizzazione, e che quindi ha il compito di fare in modo che le persone si interessino a problemi lontani.
Nelle attività che abbiamo svolto con i ragazzi di Roma, grazie in particolare all’esperienza dello sceneggiatore Riccardo Mazza, che ha svolto i corsi di cinematografia e realizzato il video, è stata posta una particolare enfasi sulla narrazione e sull’esperienza del raccontarsi. La narrazione di sé, può essere una buona strada per favorire negli adolescenti la capacità di comprendere e di sentire la condizione dell’altro e questo perché la narrazione non è solo una forma espressiva ma è anche una forma di conoscenza e di interpretazione della realtà. La narrazione ci permette di capire e di rappresentare la vita e il senso soggettivo che ne diamo di essa, è uno strumento riflessivo in grado di fissare nel tempo e rendere condivisibile i significati che diamo alle cose che ci circondano. In pratica possiamo dire che imparando a raccontarci e quindi a comprenderci impariamo anche a comprendere l’altro. In tal senso, volendo dare una parziale risposta alla domanda posta prima, ritengo che sia stato importante aver proposto nelle scuole coinvolte dal progetto l’esperienza e la pratica della narrazione, proprio perché la narrazione è un potente strumento di crescita identitaria e di maturazione, ci permette cioè di mettere a fuoco le nostre emozioni, la nostra condizione sociale, politica e religiosa e di capire la condizione degli altri. Una delle grandi minacce dell’attuale società mediatica è che essa tende a trasformare le persone in perenni spettatori, sempre più incapaci di sperimentarsi, di sentirsi, di vivere a pieno la propria vita, di capirsi e di capire gli altri. Spero che il nostro progetto con i ragazzi delle scuole di Lecce, Roma, Bologna e Ancona possa aver rappresentato un’alternativa, un momento di riflessione e di apertura verso noi stessi e verso gli altri.