
Con Entusiasmo e Semplicità
Ad Enugu (Nigeria) alcuni frati della CFIC, seguendo le orme del loro fondatore hanno aperto la loro casa a orfani e bambini bisognosi.
di Michele Metz (rivista n. 83, 7.2008)
La CFIC approda in Nigeria nel 2000 e fonda la piccola comunità “Blessed Maria Monti Home” ad Enugu. Nonostante che Enugu sia lo stato Igbo più evoluto culturalmente e possieda una dignitosa struttura sociale, i problemi e i poveri non mancano e tanta gente non riesce a sfamare la propria prole e mandarla a scuola. Inoltre sono presenti come in tutta la Nigeria bambini abbandonati e orfani che sopravvivono a malapena nelle strade. La Comunità aveva inizialmente tirato su dal nulla un progetto di doposcuola che dava un’assistenza integrale (retta scolastica, il materiale didattico, supporto nutrizionale, sanitario e formativo) lasciando i bambini vivere nel loro habitat usuale. La necessità di alcuni bambini hanno fatto cambiare idea ai frati che hanno cominciato ad ospitare i casi più gravi (orfani, senzatetto e bambini respinti dalle loro famiglie) all’interno della loro casa senza avere una struttura particolarmente adatta alla situazione, seguendo le orme del loro fondatore Luigi Monti.
La redazione Dokita ha intervistato Joseph Montecalvo, co-fondatore e superiore locale del centro fino ad aprile di quest’anno, in occasione della sua visita alla centrale di Dokita in questi giorni.
Redazione: Padre Joseph tu sei tra i fondatori della casa ad Enugu ed eri fino pochi mesi fa il primo superiore locale della comunità. Raccontaci qualcosa degli inizi. In quanti eravate e quali erano le difficoltà iniziali ?
P. Joseph: Erano i primi di aprile del 2000 quando arrivammo ad Enugu. Eravamo in cinque. Io e 3 fratelli accompagnati da Padre Sergio Ianeselli. Per le prime tre settimane trovammo una sistemazione dalle suore e poi una casa in affitto dove siamo rimasti per quasi due anni. La diocesi ci assegnò due parrocchie e all’inizio facevamo soprattutto attività pastorale. Nel 2002 abbiamo trovato una sistemazione tutta nostra. Era la casa di un ex seminarista. Si trovava in uno stato di abbandono avanzato ma aveva una buonissima posizione al centro della città. Abbiamo impiegato più di 3 anni per sistemare tutto, anche perché non avevamo soldi per pagare una ditta o operai per eseguire i lavori. Dovevamo inventarci tutto. Lavorammo come muratori, pittori, giardinieri, elettricisti... Abbiamo ampliato la casa aggiungendo un’ala, portato l’acqua corrente, pavimentato tutta la casa, dipinto tutta la facciata e abbiamo fatto un orto e un giardino. Adesso penso che sia una delle case più belle dell’intera Africa. Siamo molto fieri di aver fatto tutto da soli. Ancora oggi non abbiamo personale esterno e facciamo tutto noi. Cuciniamo, curiamo il giardino e l’orto e ci occupiamo dei ragazzi. Certamente non lavoriamo solo noi religiosi e frati, anche i seminaristi fanno quello che possono.
Redazione: Quando avete iniziato l’attività di istruzione a favore dei bambini.
P. Joseph: Nel 2003 abbiamo cominciato a sostenere bambini e a pagare loro la retta scolastica. La situazione era molto difficile perché i soldi che ci passava la congregazione coprivano appena la metà di quello che spendevamo. Il resto era coperto dalle entrate che portavano le nostre due parrocchie. Devo dire che la gente di Enugu è molto generosa e ci ha aiutato molto. Nel 2005 la casa fu sistemata per bene e appena avemmo un’ala separata a disposizione, abbiamo cominciato ad ospitare bambini orfani e abbandonati.
Redazione: Come li avete trovati e da dove provengono?
P. Joseph: Rispondo prima alla seconda domanda. I bambini vengono generalmente dalla periferia e dai villaggi intorno ad Enugu attratti dalla “ricchezza” della città. Arrivano lì perché non hanno nessuno che gli fa da genitore oppure perché vengono maltrattati, costretti a lavorare o a fare da schiavi. Come esempio prendo Lorenz uno dei nostri primi assistiti. Abitava in periferia con la famiglia quando il padre un giorno ha abbandonato la moglie che soffriva di una malattia mentale progressiva e non era più in grado né di ragionare né di prendersi cura dei figli. Come dice il ragazzo ancora oggi: “mia povera mamma è matta”. Lorenz è scappato, è venuto in città, si è messo davanti alla scuola diocesana gestita dalle suore dicendo a tutti “voglio studiare qui”. La madre superiore, che gestisce la scuola, è venuta da noi e ha chiesto aiuto. Abbiamo preso il ragazzo con noi e ci siamo impegnati a sostenere la retta scolastica. Alla fine avevamo 10 bambini. Tutti con storie simili e anche molto più pesanti sulle spalle. Ci sono tanti altri bambini che non hanno la fortuna di trovare una sistemazione e che poi diventano veri bambini di strada con tutte le conseguenze negative che si possono immaginare.
Redazione: I vostri assistiti hanno problemi ad inserirsi nella struttura e nella scuola. La mancanza di una normale famiglia gli crea uno svantaggio di partenza nella vita scolastica e sociale?
P. Joseph: Credo di no, anzi. Sono avvantaggiati rispetto a tanti altri bambini. Tutti e dieci sono molto bravi a scuola perché mangiano bene e dunque si trovano in uno stato fisico ottimo, hanno tutto il materiale scolastico necessario e soprattutto sono seguiti bene e vivono con noi. Siamo alla fine come una grande famiglia e soprattutto i nostri seminaristi/studenti si sono presi a cuore i nostri piccoli e gli fanno da fratelli maggiori o da padri.
Redazione: Avete anche dei bambini esterni?
P. Joseph: Si, ne abbiamo finora cinque o sei ma ce ne sono a centinaia che avrebbero bisogno di essere seguiti. Il nostro problema sono i soldi. Nella situazione economica nella quale ci troviamo non possiamo fare di più. Magari con l’aiuto di Dokita riusciamo trovare dei benefattori che ci aiutano con un sostegno a distanza! Ci sarebbe bisogno anche di aumentare la capacità “interna”. Anche se in Africa non ci sono orfani nel senso stretto perché il concetto della famiglia è molto più ampio di quello di una famiglia europea. È per questo motivo che tutti hanno una famiglia anche se i propri genitori sono morti. In una famiglia sana (moralmente e economicamente) non c’è differenza tra un figlio di una sorella morta e il figlio proprio. Ma ci sono come ovunque delle eccezioni: figliastri che vengono maltrattati, mandati a lavorare o nei casi più gravi cacciati via. Sono eccezioni ma sono centinaia nel nostro distretto e ci sono tanti bambini da ospitare. Abbiamo la capacità di ospitare ancora altri dieci bambini. La casa è grande e l’ala che adesso ospita i bambini ha ancora spazi liberi. Sono fiducioso e credo che il mio successore Padre Daniel Thsimbalanga riuscirà ad incrementare il numero degli assistiti. Magari con il vostro aiuto.
Redazione: Dopo tutti questi anni ad Enugu e tutte le fatiche, come ti senti emotivamente.
P. Joseph: Sento molta nostalgia perché mi sentivo un po’ come il loro padre. Anche se l’Africa non è il mio paese natale, fa parte di me. Ci ho vissuto 10 anni (2 in Camerun e 8 in Nigeria). Un pezzo del mio cuore sta ancora lì. Quando sono partito ho scelto di andarmene di mattina sapendo che loro dovevano essere a scuola. Invece li ho trovati tutti lì a salutarmi. E’ stato molto difficile partire.
Redazione: Tu stai partendo per le Filippine prima del prossimo incarico. Dove andrai dopo?
P. Joseph: Vado in Argentina, a Cordoba, per perfezionare il mio spagnolo e poi probabilmente in Ecuador dove dovremmo aprire una nuova casa.
Redazione: Caro Josef grazie per l’intervista, ti auguriamo una buona missione e che sia un successo come quella di Enugu.





