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Biafra – lo stato fantasma

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Lo Stato Fantasma

Enugu ha un passato cancellato dalla memoria e dalle carte geografiche. Enugu fu, anche se per breve tempo, capitale dello stato del Biafra...

di Michele Metz, riv. n. 83
...paese che prese il nome dal Golfo del Biafra, sul quale si affaccia e che ebbe una vita breve come stato secessionista nel sud-est della Nigeria dal 30 maggio 1967 al 15 gennaio 1970. Il Biafra fu riconosciuto solo da un piccolo numero di paesi: Gabon, Haiti, Costa d’Avorio, Tanzania e Zambia. Malgrado la mancanza di un riconoscimento ufficiale, altri paesi fornirono assistenza militare al Biafra e in modo particolare Francia, Rhodesia e Sudafrica. L’aiuto del Portogallo fu cruciale per la sopravvivenza della repubblica. L’allora colonia portoghese di Sao Tomè e Principe divenne un centro di raccolta degli aiuti umanitari. La moneta del Biafra fu stampata a Lisbona, che era anche sede dei principali uffici d’oltremare. Israele diede al Biafra le armi sequestrate nella Guerra dei sei giorni, ma non fornì altra assitenza proprio a causa di quella guerra.
Nel gennaio 1966 ci fu in Nigeria un sanguinoso tentativo di colpo di stato di breve durata. Dal momento che quasi tutti gli ufficiali igbo dell’esercito nigeriano erano sopravvissuti, si sospettò che fossero stati proprio loro a provocare il colpo di stato, e nei mesi di maggio e settembre 1966, gli igbo immigrati nel nord della Nigeria furono vittime di uccisioni di massa. Quasi tutta la popolazione igbo, stimata allora in 11 milioni, viveva in quella che era la regione est della Nigeria, amministrata da un governatore militare igbo, il tenente colonnello Chukwuemeka Odumegwu Ojukwu. Egli dichiarò la regione uno stato indipendente con capitale Enugu e le sue truppe iniziarono a confiscare le risorse federali. La Nigeria rispose inizialmente con un blocco economico e invase il territorio il 6 luglio 1967. Nella successiva guerra civile, le truppe del Biafra compirono delle incursioni a ovest, in territorio nigeriano, nei mesi di luglio e agosto. Le truppe nigeriane, però, si difesero e contrattaccarono, avanzando nel Biafra e obbligando il governo a trasferire la capitale da Enugu ad Aba e poi a Umuahia verso la fine dell’anno, e infine a Owerri nel 1969.Nel 1970, il Biafra sconvolto dalla guerra  si trovò ad avere una grande necessità di viveri. In pieno collasso militare ed economico, Chukwuemeka Odumegwu Ojukwu fuggì dal paese e il resto del territorio della repubblica fu reincorporato nella Nigeria. Si ritiene che circa un milione di persone siano morte nel conflitto, soprattutto a causa della fame e delle malattie. 

Un disastro umanitario
Il disastro umanitario causato dalla guerra del Biafra fu la prima catastrofe di quel genere che raggiunse “in diretta”, attraverso i media, reportage e fotografie i salotti del ricco Ovest. Le immagini erano così terrificanti e impressionanti che l’espressione “magro come un bambino del Biafra” è entrata nel linguaggio comune di molte lingue europee (anche se oggi nessuno sa più che cos’è il Biafra e dove si trovava). Le immagini del Biafra colpirono un’Europa sazia per il boom economico degli anni sessanta, ricordando a tutti che di fame si poteva e si può ancora morire.

Magro come un bambino di Biafra
Una tragedia che venne alla luce anche grazie a Don McCullin. Fotografo di guerra venne a fare un reportage sul conflitto in atto e cambiò obiettivo il giorno che si ritrovò in un campo d’emergenza di fronte a 900 bambini in maggior parte colpiti di “kwashiorkor” (marasma infantile, malattia causata dal malnutrimento e mancanza di proteine) agonizzanti e in punto di morte. Perse tutto l’interesse nel fotografare soldati in azione e convinse i giornali a dare spazio alla tragedia in atto e a pubblicare le sue foto. La campagna mediatica ebbe successo e il mondo intero intervenne massicciamente con aiuti umanitari (“medici senza frontiere” per esempio fu fondato nel 1971 a seguito della guerra del Biafra). La guerra Civile della Nigeria e la conseguente catastrofe umanitaria avevano acceso un faro sull’Africa, un continente appena uscito dal dominio degli stati coloniali e in cerca di se stesso.
Un esempio di creatività africana
Il faro che illuminò il dramma del Biafra non si è più spento spostando la luce su tutti i conflitti, le guerre e le catastrofi che si sono verificati nei quarant’anni successivi. Del paese sede di uno dei drammi peggiori degli ultimi 60 anni è rimasta soltanto l’espressione “bambino di Biafra” sinonimo per troppo magro. Quello che è rimasto invece nella popolazione dell’ex-Biafra, e che si trova ovunque in Africa, è lo spirito creativo, il coraggio, la voglia di sognare e di lottare, la capacità di costruire delle grandi cose con poco*. La piccola comunità “Blessed Maria Monti Home” ad Enugu è un esempio di questo spirito.
*In occasione del suo ultimo intervento pubblico prima della fine della guerra, Ojukwu dichiarò:« In tre anni di guerra, la necessità ha aguzzato il nostro ingegno. Durante questi tre anni di eroica resistenza, abbiamo saltato il fosso che separa la conoscenza dal know-how. Per tre anni, assediati senza possibilità di importare alcunché, abbiamo riparato i nostri veicoli.... persino i normali cittadini hanno imparato a raffinare il petrolio nel loro giardino di casa. Abbiamo costruito i nostri aereoporti, e ne abbiamo curato la manutenzione sotto i bombardamenti. Nonostante i bombardamenti, dopo ogni raid ci siamo ripresi così velocemente da mantenere il record di l’aeroporto più attivo del continente africano. Abbiamo parlato al mondo con sistemi di telecomunicazione realizzati con il nostro ingegno; il mondo ci ha sentito e ci ha risposto! .... In tre anni di libertà abbiamo infranto le barriere tecnologiche; in tre anni siamo diventati il popolo nero più civile e tecnologicamente avanzato della Terra. »