
Il Lavoro minorile in Perù
di Giuseppe Costa, riv.n.87/88
Secondo le ultime stime dell’UNICEF ci sono nel mondo circa 246 milioni di bambini costretti a lavorare. Le regioni dell’Asia e del Pacifico hanno il maggior numero di bambini e bambine lavoratrici in età compresa fra i 5 e 14 anni, circa 127 milioni (il 19% dell’intera popolazione infantile). In Africa ci sono circa 48 milioni di bambini che lavorano (il 29% dell’intera popolazione infantile): quasi un bambino su tre è costretto a lavorare. In America Latina e nei Carabi ci sono approssimativamente 17,4 milioni di bambini lavoratori (il 16% dell’intera popolazione infantile), mentre in Medio Oriente e nell’Africa del nord sono vi sono circa 2,5 milioni di bambini e bambine sfruttati (il 15% dell’intera popolazione infantile). E’ inoltre importante sottolineare che i minori costretti a lavorare sono il più delle volte sfruttati per lavori estremamente pericolosi e degradanti: circa il 70% (171 milioni), infatti, lavora nelle miniere, nei campi agricoli, a contatto con pericolosi pesticidi, con prodotti chimici o è costretto ad utilizzare macchinari industriali. A queste statistiche si devono inoltre associare quelle ancor più terribili che mostrano i bambini vittime della prostituzione, o reclutati come soldati nei conflitti armati.
In Perù, paese collocato al 87° posto nell’indice di sviluppo umano dell’Human Development Report 20071, in una posizione intermedia fra i Paesi a medio indice di sviluppo umano, il fenomeno dello sfruttamento lavorativo minorile sta aumentando. Secondo recenti dati della Commissione del Lavoro peruviana, almeno 1.9 milioni di bambini e adolescenti sono soggetti a sfruttamento lavorativo per un tempo medio di circa 45 ore settimanali. Il 70% di questi minori lavoratori proviene da zone rurali e un 30% dalle aree urbane.Il lavoro minorile, oltre a rappresentare una minaccia per la salute e per il corretto sviluppo psicologico e culturale del bambino, allontana i minori dai circuiti scolastici previsti dalla legge. In Perù vi è, infatti, una forte percentuale di abbandono e inadempienza scolastica, specialmente nella fascia di età compresa tra i 12 ed i 17 anni, fascia di età in cui il minore ha raggiunto un maggiore sviluppo fisico ed è maggiormente utilizzabile in contesti duri come le miniere o i campi agricoli. In questa fascia di età il 22,7% non frequenta gli studi e il 6,1% evidenzia un ritardo didattico causato molto spesso dal lavoro stagionale. Nonostante sia stato presentato dal Gruppo Parlamentare per l’Infanzia un progetto di legge finalizzato a sradicare il lavoro minorile e ad abbattere le barriere sociali ed economiche che impediscono l’accesso dei minori all’istruzione scolastica, negli ultimi anni il fenomeno dello sfruttamento minorile, lungi dal subire flessioni, è in forte aumento. Nelle comunità rurali e montane questa situazione è resa più critica a causa del forte isolamento delle comunità e delle famiglie, del maggior livello di povertà e della minore presenza di strutture e servizi pubblici.Per combattere il fenomeno dello sfruttamento minorile le organizzazioni internazionali suggeriscono ai governi l’adozione di politiche di protezione, in grado di garantire l’accesso all’educazione di base e alla formazione professionale, il monitoraggio del territorio, l’applicazione di severe sanzioni per chi genera lo sfruttamento minorile, l’assistenza territoriale dei servizi sociali di base. Anche le organizzazioni non governative possono fare la loro parte tramite la realizzazione di attività mirate ad accrescere le opportunità di formazione professionale, la realizzazione di microattività produttive, il sostegno educativo alle persone e famiglie in difficoltà, e anche con lo studio e il monitoraggio del territorio.
Dokita proprio in questi giorni ha presentato al MAE una nuova proposta di progetto finalizzata a potenziare le attività che già da diversi anni svolge in collaborazione con la controparte locale, la Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione, nella provincia di Huarochiri ed in particolare nell’area urbana di Santa Eulalia e nella valle circostante. Il progetto potenzierà le attività del Centro IDEAL, di formazione professionale e supporto scolastico, rivolte prevalentemente a minori e a giovani madri in difficoltà. Il progetto prevederà anche un’attività di informazione/sensibilizzazione e di supporto educativo sul territorio, presso le comunità locali e rivolta a famiglie e piccoli gruppi parentali. Quest’ultima attività, per quanto possa sembrare meno concreta, è tuttavia di vitale importanza. Infatti essa è mirata a cambiare le abitudini e le pratiche quotidiane tipiche delle aree povere in cui generalmente i minori vengono facilmente vittimizzati e sfruttati già in giovane età, a partire proprio dal ristretto nucleo familiare. Un prima forma di sfruttamento, che precede di molti anni quella più evidente dei campi agricoli o delle miniere, è quella che avviene fra le mura domestiche, in cui generalmente al primogenito viene imposto di accudire gli altri figli più piccoli, di pulire la casa e preparare da mangiare, ecc. Queste attività hanno il doppio effetto di adultizzare i bambini confondendoli e negando loro un’infanzia sana e, in secondo luogo, quella di sottrarli ai percorsi scolastici e alle normali attività di socializzazione con i propri coetanei. Successivamente si creano per il minore, ormai escluso – potremmo dire interdetto – dalla sua infanzia, le condizioni per attività produttive sempre più impegnative, pericolose, ma soprattutto pagate. In questi contesti, le paghe per un minore che lavora, se pur molto basse, vanno a sostenere la modesta economia domestica e il piccolo lavoratore diviene velocemente un importante sostegno per la sua famiglia.Generalmente il passo successivo, compiuta la maggiore età, è quello di farsi una famiglia propria riproducendo il più delle volte gli stessi meccanismi socio-economici che ha vissuto nell’infanzia. Per quanto il lavoro precoce nelle situazioni di estrema povertà sia in parte un meccanismo funzionale, cioè di adattamento socio-economico, esso non fa altro che riprodurre la stessa povertà alla quale si adatta, ricreando di volta in volta le stesse condizioni e i meccanismi di esclusione ed emarginazione sociale.
Per interrompere questo meccanismo che si auto-alimenta nella pratica quotidiana, nelle scelte e nelle aspettative, è necessario entrare a contatto diretto con la gente ed insegnare loro che vi è un’alternativa, che si può fare diversamente, che vi sono delle opportunità e dei diritti. Tutto ciò può essere fatto tramite il lavoro di educatori, sociologi, assistenti sociali, ecc. che tramite la conoscenza dei codici culturali e delle modalità relazionali che caratterizzano la situazione, siano in grado di fornire informazioni utili e consigli sulle buone pratiche, orientando la gente a fare scelte diverse.Queste attività si possono generalmente definire lavoro sociale di rete. Esse includono la ricostruzione delle reti sociali naturali e non, il consulting familiare e individuale orientato a favorire dei cambiamenti nelle persone, sia sul versante cognitivo-motivazionale, sia su quello dell’acquisizione di concrete pratiche quotidiane, la collaborazione in rete con altre organizzazioni pubbliche o private in grado di erogare servizi alla persona in una prospettiva di case management, ed in generale il potenziamento del capitale sociale tramite attività che prevedono il coinvolgimento delle comunità locali.Lo sfruttamento minorile è una delle tante piaghe prodotte dalla povertà, dall’isolamento e dalla mancanza di prospettive. Tuttavia, se vogliamo sradicare questo fenomeno, oltre a cambiare le condizioni materiali che l’hanno generato dobbiamo anche agire sulla sottesa dimensione culturale. Le pratiche quotidiane si fondano prevalentemente su assunti paradigmatici profondamente radicati nella cultura e nelle abitudini della gente e in tale senso il lavoro sul sociale deve stimolare il cambiamento, orientando le persone verso nuove prospettive, favorendo la fiducia, il senso della collettività e l’idea che vi possa essere un futuro migliore e più giusto.











