Gente che non si avventura in altamente mediatici scioperi della fame, senza aver mai messo né un dito né un piede né un euro nelle situazioni di miseria infernale di Calcutta, di Lagos, di Caracas, dei Quartieri spagnoli, dei bronx meneghini… ma che a Calcutta, Lagos, Caracas, Napoli o Milano che sia, ci si mette di persona in prima fila, immersa fino al collo nel fango della deprivazione, le mani a lavoro per riparare, per costruire, per consolare. Gente che non ha mai imparato il politichese, malgrado sia stata ampiamente e ripetutamente tentata di farlo, peraltro con promesse di riscontri a buonissima convenienza; e che non crede, non ha mai creduto, non crede più, a quelli che - politici o no, chierici o laici, avventurieri o sociologi - il politichese lo parlano fluentemente e senza alcun impaccio. Gente che crede alla persona umana, solidale fratello e sorella, e non alla ragione di stato. Gente che ancora sa sussultare di sdegno e che si alza in piedi e dice, prima sottovoce e gradualmente sempre più gridato: ora basta! È una fiumana che si ingrossa sempre più quando i meandri della storia si fanno torbidi e che, prima o poi, verrà alla luce, esonderà, allagherà della sua acqua il campo sociale e feconderà tutti i semi dimenticati, rimasti nascosti, dormienti, prigionieri.
A questa gente ho creduto.
Ed ho saputo - lungo ogni giorno del nostro cammino - che è la gente così a fare la storia e a cambiarla. Anche se il suo nome non andrà mai sui libri.
Ho, soprattutto, imparato una cosa, che oggi mi appare chiarissima e addirittura lapalissiana: noi società siamo infinitamente migliori di quello che ci si vuol far credere da tutti i “grande fratello” monumenti dell’imbecillità; e siamo molto migliori di chi ci rappresenta o pretende di farlo.
Di fatto, le fanfare mediatiche vorrebbero instillare nelle nostre menti - e, molto peggio, in quelle dei nostri giovani - che davvero le cose stiano così: il più furbo è il più bravo; anzi, addirittura il più santo, perché si erge a “modello”. E che ci sia ben poco di diverso da fare: eventuali tentativi per remare controcorrente sono azioni di gente insignificante, assolutamente minoritaria, non troppo in sé e non tanto collegata con la realtà… gente poco affidabile, insomma.
Noi, al contrario, sappiamo che tantissima è la gente che ci crede davvero. Occorre darle voce. Occorre farle vedere che non è sola né minoritaria. Occorre lavorare perché gli occhi si incontrino e le mani si uniscano.
P. Aurelio Mozzetta
A questa gente ho creduto.
Ed ho saputo - lungo ogni giorno del nostro cammino - che è la gente così a fare la storia e a cambiarla. Anche se il suo nome non andrà mai sui libri.
Ho, soprattutto, imparato una cosa, che oggi mi appare chiarissima e addirittura lapalissiana: noi società siamo infinitamente migliori di quello che ci si vuol far credere da tutti i “grande fratello” monumenti dell’imbecillità; e siamo molto migliori di chi ci rappresenta o pretende di farlo.
Di fatto, le fanfare mediatiche vorrebbero instillare nelle nostre menti - e, molto peggio, in quelle dei nostri giovani - che davvero le cose stiano così: il più furbo è il più bravo; anzi, addirittura il più santo, perché si erge a “modello”. E che ci sia ben poco di diverso da fare: eventuali tentativi per remare controcorrente sono azioni di gente insignificante, assolutamente minoritaria, non troppo in sé e non tanto collegata con la realtà… gente poco affidabile, insomma.
Noi, al contrario, sappiamo che tantissima è la gente che ci crede davvero. Occorre darle voce. Occorre farle vedere che non è sola né minoritaria. Occorre lavorare perché gli occhi si incontrino e le mani si uniscano.
P. Aurelio Mozzetta




