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I PIGMEI E I GRANDI NERI - una lunga storia comune

di Antonella Ciano, rivista Dokita n.22 del 1998


Le relazioni dei Pigmei con i popoli dei grandi Neri, che vivono nella stessa foresta equatoriale, non smettono di porre problemi agli osservatori stranieri, che fanno fatica a interpretarle così come a valutarne i fondamenti. Tuttavia è proprio lì che si colloca il tratto più importante per l’analisi dell’evoluzione del modo di vivere dei Pigmei. Si constaterà, in effetti, che le modificazioni si effettuano sempre in rapporto a queste relazioni, sia che l’evoluzione dell’economia dei villaggi influenzi il modo di vita dei Pigmei, sia che i Pigmei evolvano in relazione ai loro legami con i villaggi. Senza entrare nei dettagli, indichiamo molto sommariamente che ciascun gruppo pigmeo intrattiene delle relazioni economiche esclusive con stirpi o con famiglie di Grandi Neri. I cacciatori-raccoglitori portano a questi “villageois” una parte della cacciagione da loro presa, oltre ad altri prodotti come miele o ciniglia, e ricevono in cambio degli utensili in ferro (lame d’ascia, di zagaglia, coltelli…), delle marmitte (in terracotta o in alluminio), del tabacco, dell’alcool, ma anche prodotti agricoli (fecole, manioca, banane plantain). Stagionalmente, gli uomini pigmei partecipano al dissodamento e preparazione di nuovi campi, e le loro donne aiutano le donne dei villaggi nei lavori di raccolta o di trasporto. Ordinariamente, le due comunità sono indipendenti in ciò che concerne il loro funzionamento sociale: così la parentela, l’organizzazione sociale e la religione sono diversi.
Ciò che ci insegnano le lingue
Se è vero che non si conosce una “famiglia linguistica pigmea” (a differenza dei Boscimani, in cui le lingue a schiocco appartengono alla famiglia Khoi-San), la maggior parte dei Pigmei parlano lingue individualizzate, che sono loro proprie, ma che sono apparentate con altre lingue africane, delle famiglie bantu, oubangui o sudanesi. Tuttavia queste lingue apparentate non sono necessariamente geograficamente vicine, e tutti i popoli che vivono ai giorni nostri con dei Pigmei non sono linguisticamente parenti di questi ultimi. Per esempio gli Aka della Repubblica Centrafricana vivono circondati da 19 etnie di agricoltori, di cui solamente 6 fanno parte della medesima famiglia linguistica. Quanto ai Baka del Camerun, essi non hanno più alcuna relazione con quelli che parlano alcune lingue Oubangui apparentate, i quali vivono nella Repubblica Centrafricana o nel Congo. Ai giorni nostri, molti gruppi pigmei vivono non relazionandosi più con i grandi Nari, anche quando i linguaggi sono affini. Risulta da queste constatazioni che tutte le etnie che vivono oggi con i Pigmei non hanno un posto uguale nella loro storia antica, e che diversi pigmei hanno “cambiato modello” nel corso del tempo. Si può anche schematizzare anche questa storia delle lingue. Gli antenati pigmei si associano con alcuni antenati dei Grandi Neri. Nel corso di una fase successiva, i gruppi si distanziano e le loro parlate si evolvono separatamente, fino a diventare delle lingue diverse senza comprensione reciproca (le attuali lingue dei Pigmei e dei Grandi Neri). In seguito, o durante questa fase di allontanamento, i Pigmei creano delle nuove alleanze con altri gruppi di Grandi Neri, diversi, con i quali non hanno storia comune e di cui non subiscono l’influenza linguistica, poiché conservano la lingua materna loro propria.Ci sino dunque due diverse fasi nella storia delle relazioni tra Pigmei e Grandi Neri, il che complica singolarmente le questioni ricorrenti su “una cultura pigmea pura”,”alcuni costumi pigmei”, alcune influenze culturali…
I Fondamenti della relazione Pigmei/Grandi Neri
Nel periodo precoloniale recente (cioè fino all’inizio del XIX secolo), la relazione consiste principalmente in uno scambio economico, associazione che permette ai due partner di sfruttare meglio due ecosistemi giustapposti e diversi, la foresta e i campi. I gruppi sono complementari, si dividono gli sforzi, ciò che permette di lavorare meno per ottenere qualitativamente di più. Ma non è tutto. I beni che risultano dagli scambi pervadono profondamente le due società. Presso i Pigmei gli utensili di ferro entrano a far parte come componente essenziale degli scambi preliminari ai matrimoni. I matrimoni sono alla base dell’organizzazione socio-economica per la complementarietà uomo-donna che ne risulta. In più, l’alleanza tra due famiglie comportaya una cooperazione tra queste ultime, segnata da visite di lunga durata che condizionano l’occupazione e la divisione dei territori.A fianco degli agricoltori, si è potuto dimostrare nella Repubblica centrafricana che la carne (selvaggina affumicata) ottenuta presso i Pigmei costituisce la provvista abbondante necessaria alla riunione dell’insieme delle stirpi alleate, principalmente al momento dei riti funebri, che segnano la riattivazione delle alleanze e la riaffermazione dell’unità della società dei villaggi. Come ugualmente in ex Zaire, sono i Pigmei ad approvvigionare di carne gli abitanti dei villaggi per la gestione delle grandi feste pubbliche che condizionano l’uscita d’iniziazione dei ragazzi. Il sistema sociale di ciascun partner ha bisogno dell’altro per riprodursi, dunque è fondato sull’apporto della società associativa. L’associazione è cementare da legami sacri. La partecipazione di uno dei gruppi ai rituali del suo partner ha come funzione principale lo scopo di creare una fraternità indefinibile, che non può venir meno. Che questo avvenga tramite la partecipazione di un Grande Nero all’iniziazione a una società di uomini come la Jengi dei Baka in Camerun, o tramite la circoncisione in comune di Pigmei e abitanti dei villaggi, come nell’Ituri, i giovani co-iniziati sono fratelli di sangue e di classe d’età, e questa fraternità non può rompersi se non con la morte. É anche ciò che significa la partecipazione dei partner ai riti funebri, così come quando la maschera aka d’Ezengi si manifesta nei funerali degli abitanti dei villaggi, loro patroni. L’importanza mitologica dei Pigmei per i Grandi Neri è anche un segno dell’antichità delle relazioni. Si ritrovano in effetti i Pigmei presenti, sia nominatamente, sia per proiezione abbastanza trasparente nella religione, nella cosmogonia e nella magia. Essi appaiono nei riti di possessione, nelle cure di terapia tradizionale, nei riti di intronizzazione. Popolazioni forestiere molto numerose fanno intervenire dei Pigmei, o degli esseri di piccola taglia, nei loro racconti sull’origine e il popolamento, anche se queste etnie non hanno più, attualmente, relazioni con dei Pigmei. I miti di numerose popolazioni della Lobaye (Repubblica centrafricana) come dell’Ituri (Congo) mostrano che queste “derubarono” ai Pigmei elementi tanto essenziali quali la cattura di animali con trappole, la forgia, come pure l’agricoltura e la vita nei villaggi. I Pigmei, spogliati, si rifugiarono allora nella foresta per viverci di caccia e raccolto. Si vede il ruolo ambiguo che giocano i Pigmei, civilizzatori e salvatori che diventano dei confinati e dei selvaggi. Si trovano frequentemente, a giustificare l’attuale alleanza degli agricoltori con i Pigmei, dei miti nei quali i Grandi Neri si definiscono come i protettori dei Pigmei.

Le forze perturbatrici
Lo schema equilibrato delle relazioni “villageois”/Pigmei non esiste più. Il cerchio si è aperto, con un terzo partner: l’Europa, che ricercava essa stessa i prodotti della foresta. Si possono distinguere diverse grandi tappe di questa apertura della foresta al mondo esterno:
-Epoca precoloniale: il commercio interafricano a lunga distanza. L’apertura verso l’Europa comincia prima della colonizzazione: dall’arrivo dei Portoghesi in Congo nel XVI secolo, si cercano l’avorio, il legno rosso per tintura, poi soprattutto gli schiavi.
-Epoca coloniale: L’economia della tratta. Gli abitanti dei villaggi subiscono la costrizione al lavoro forzato da parte delle compagnie concessionarie coloniali.
-Al giorno d’oggi: l’invasione. Un gran numero di stranieri si insedia in cantieri forestali, in miniere d’oro o di diamanti, in piantagioni industriali di caffè, cacao, hevea piante da cui sgorga il lattice per il caucciù) ecc. Si vedranno dopo cinque secoli i Pigmei aiutare i loro padroni a rispondere alle domande del mondo esterno. È una lunga catena di perturbazioni e di influenze…

Evoluzione degli scambi
L’epoca precoloniale: Il commercio interafricano a lunga distanza. Si conosce l’importanza dei circuiti commerciali a lunga distanza in Africa equatoriale, molto tempo prima dell’insediamento degli Europei. D’altronde, è la loro esistenza a permettere la messa in opera del commercio dell’avorio e degli schiavi. Dal XVII secolo, i primi viaggiatori, come Anrew Battel nel 1625 sono testimoni nella regione atlantica della partecipazione dei Pigmei come “produttori di base”, nel quadro delle loro relazioni di scambio di tipo tradizionale, fondate sul volontariato e il bisogno reciproco. La descrizione di Oliver Dapper, pubblicata nel 1668, descrive già tutto il circuito; citando gli scambi tra pigmei-cacciatori d’elefanti e “villageois” agricoltori, indica il ruolo di intermediari di quelli e la finalità degli scambi: i Pigmei uccidono gli elefanti, regalano l’avorio ai loro padroni che lo portano al re del Congo per gli Europeri… L’impiego dei Pigmei-fornitori d’avorio è stato in seguito testimoniato da tutti i viaggiatori attraverso i secoli. Logicamente, queste relazioni non potevano all’inizio che essere equilibrate, poiché permettevano la vita di ciascuna delle società a confronto.Tuttavia il commercio degli schiavi, che si sviluppò nel XVIII secolo, fu un altro momento perturbatore. Si sa che una buona parte era stata catturata nel bacino del Oubangui e del Congo, ciò che provocò la fuga delle popolazioni all’interno della foresta e fece loro ricercare l’aiuto dei Pigmei.
L’epoca coloniale: l’economia della tratta. A partire dagli ultimi anni del XIX secolo, la penetrazione coloniale, instaurando una nuova economia, trasformò profondamente il sistema precoloniale di alleanza. Nell’est dell’ex Zaire, la zona della foresta fu toccata dalla metà del XIX secolo dai trafficanti d’avorio e di schiavi provenienti dal Sudan per raggiungere il regno mangbetu, ai margini della foresta. In seguito, fu il governo egiziano a regolare questa via di commercio, ma la ricerca d’avorio persistette.Tutte le colonie del bacino congolese (Cameroun tedesco; Africa equatoriale francese,in seguito Congo francese; Stato libero del Congo di Leopoldo II, in seguito Congo belga) subirono la messa in opera dell’economia della tratta, vale a dire una dipendenza totale dalla madrepatria, con un commercio in cui si comprava che per esportare e in cui non si vendevano che prodotti importati. Le terre del Cameroun tedesco, del Congo belga furono ripartite tra società capitaliste e gruppi finanziari europei (Sud-Cameroun Gesellschatt, Compagnie concessionarie) ai quali i governi assicuravano il monopolio dello sfruttamento, e molto spesso del commercio, se non di diritto, almeno di fatto. Fu istituita l’imposta di capitazione (testatico), ma il profitto dei territori era fissato in anticipo, e il pagamento in natura obbligatorio per le compagnie. Il caucciù selvatico (“il caucciù sanguinante”) e l’avorio ne erano i due prodotti principali (malgrado delle periodiche cadute di prezzo), ma altre risorse più locali erano altrettanto ricercate in epoche diverse (legno, olio di palma, resina di copale-resina a vernice, pelli di antilopi, certe noci oleose). All’esterno delle concessioni si svilupparono vaste piantagioni (cacao, caffè, hevea, palma da olio…) in Cameroun come in Congo e in Congo belga, dove si aprirono anche importanti miniere. Queste imprese necessitavano di una numerosa manodopera e l’istituirsi del lavoro forzato. Ugualmente, l’insediamento degli Europei provocò l’apertura di numerosi cantieri pubblici e mobilitò le forze per il trasporto, l’apertura e la manutenzione di piste e infine la creazione di linee ferroviarie. Negli anni 20, i cantieri assorbivano nel Congo Medio il 40% della popolazione maschile tra i 20 e i 40 anni. In quel periodo c’erano requisizioni continue e le deplorevoli condizioni di lavoro ne fecero delle vere e proprie deportazioni. La mortalità era considerevole e rari furono quelli che ne scampavano. Tutte le regioni furono toccate, all’inizio le più vicine ai cantieri e, rapidamente, le più lontane (Medio Congo, Gabon, Oubangui e anche Chad…). La sola ferrovia Congo-Oceano (1921-1934) uccise più di ventimila uomini, e delle ferrovie congolesi si diceva “un morto per ogni traversina”. Lo spopolamento rurale di forze vive fu molto importante e la destrutturazione profonda. Al periodo dello sfruttamento, o meglio “estrattivi”, seguì quello delle colture obbligatorie. In numerosi territori si impose ai contadini la coltura di piante commerciali (caffè, tè, cacao e anche cotone), l’acquisto dei prodotti delle quali era monopolio delle compagnie concessionarie. In ogni caso, la monocoltura era possibile grazie all’imposta e al lavoro forzato, e come corollario essa entrò pericolosamente in competizione con le colture alimentari. Ne seguì un grave stato di carenza nutrizionale. Lo scoppio delle due guerre mondiali ebbe conseguenze disastrose per le colonie allorché le madripatrie esigettero degli “sforzi di guerra” reclutando soldati (200.000 uomini per la guerra del ‘14’18) e al tempo stesso intensificando la produzione di prodotti strategici (caucciù e viveri) destinati all’esportazione. Il caucciù fu ripreso nel 1939 dopo un abbandono di venti anni. Tutto ciò accelerò gli spostamenti della popolazione e disorganizzò i ritmi dei prodotti alimentari, generando fame e rivolte. Le popolazioni della foresta non sfuggirono evidentemente a questo movimento generale. Alcune regioni furono estremamente coinvolte (medio-Congo, Oubangui), altre meno duramente (Cameroun), ma le conseguenze economiche furono dovunque evidenti. Per contraccolpo, i gruppi pigmei che non erano mai stati direttamente vittime del regime coloniale (né requisizioni né lavoro forzato), per via del loro nomadismo, subirono pressioni da parte di loro alleati dei villaggi per aiutarli a rispondere ai bisogni dei coloni: intensificazione della caccia all’elefante per l’avorio (l’Africa Francese né esportò più di 100 tonnellate all’anno dal 1896 al 1900, per salire fino a 160 tonnellate all’anno nel 1910), intensificazione della caccia di approvvigionamento quando il lavoro forzato rendeva gli abitanti dei villaggi incapaci di assicurarsi la sussistenza, produzione di carne anche per le stazioni coloniali produzione di pelli di antilopi per il cuoio all’indomani della guerra del ‘14’18 (diverse centinaia di migliaia all’anno fino agli anni ’50 – per esempio, 800.0000 pelli esportate nel 1937). Nel Congo belga si cercava l’avorio ma anche il cuoio di bufalo della foresta. In alcuni luoghi, l’amministrazione coloniale finì per provocare un irrigidimento delle relazioni tra i padroni Grandi Neri e i loro Pigmei. L’antico sistema di alleanza fondato sul bisogno reciproco si trasformò di conseguenza in un Sistema più autoritario.
L’economia di mercato che seguì all’economia di tratta, negli ultimi anni di colonizzazione e dopo le indipendenze, mantenne questo tipo di relazioni, in cui i “villageois” tendevano a considerare i Pigmei come una manodopera servile a loro facile e totale disposizione. Fu anche a partire dal momento in cui i “villageois” dovettero coltivare le piante da rendita – ciò che entrò in competizione con l’agricoltura alimentare – che quelli che utilizzarono i loro clienti pigmei come manodopera servile e necessaria, sia nei campi che nelle piantagioni. Era vitale perché essi sopravvissero in questo sistema coloniale, e ciò segnò una tappa cruciale nelle loro relazioni con i Pigmei. Se le indipendenze misero fine alle esazioni dirette, dobbiamo ancora riferire qualche circostanza particolare in cui i Pigmei ebbero un ruolo. In Alcune regioni, gli anni successivi all’indipendenza (1960-1970) furono segnati da movimenti di ribellione contro il potere centrale, guerriglie che provocarono l’invio di truppe militari per perlustrare le foreste (movimenti dell’UPC a sud-est del Camerun; rivolta dei Simba nella regione dell’Ituri nel Congo RD). A più riprese, alcuni gruppi di Pigmei si trovarono coinvolti, utilizzati sia dai militari nazionalisti, sia dai ribelli, come guide nelle piste.