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Padre Sergio Ianeselli parla dei Pigmei Baka

Sergio Ianeselli e Michele Metz, rivista n. 92/2010


Abbiamo avuto l’occasione di intervistare Padre Sergio Ianeselli, durante una missione di monitoraggio a Yaounde, nel centro della Prohandicam. Pubblichiamo qui la parte in cui ci racconta dei pigmei Baka.
Redazione: Padre Sergio,  raccontaci come è iniziata l’avventura vostra e nostra con i pigmei Baka ?
P. Sergio: Mi interesso dei Baka dal 1991, anno in cui è morto Padre Delhemmes che si era occupato tutta la sua vita dei pigmei Baka del Camerun. Dopo la sua morte ci siamo spartiti un po’ i territori e come stavo a Sangmélima mi è toccato il distretto di Dja e Lobo, il territorio che si estende da Sangmèlima fino a Djoum e Mintom per arrivare fino alla frontiera con il Congo Brazzaville. Le prime volte che scendevo a visitare gli accampamenti scappavano dietro gli alberi appena mi vedevano. Ma visto che avevo con me medicine, riso e altra roba da mangiare, pian piano si avvicinavano alla macchina e in fine hanno capito che ero, non solo innocuo, ma anche utile con tutta la roba che portavo e con il tempo hanno cominciato a chiamarmi “père blanc”.
Redazione: Quali erani i primi interventi?
P. Sergio: Dopo i primi sopralluoghi e colloqui con loro stessi e analizzando un po’ la loro situazione abbiamo incentrato i nostri interventi su tre cose: Istruzione, agricoltura e salute. La scuola ha avuto più successo, infatti ci sono ancora in piedi e in uso alcune delle scuolette che abbiamo costruito con i Baka nei primi anni novanta, vuol dire che funzionano da quasi vent’anni. L’agricoltura ha avuto un certo successo all’inizio del progetto. Prendevamo un grande campo come orto modello, nei pressi di Zoulabot vicino a Mintom II e lo suddividevamo in piccole parcelle, piantando banane plantain, arachidi, mais, manioca ed altro, tutto in fila con un criterio di agricoltura tropicale. I Pigmei potevano venire e vedere e se erano d’accordo dovevano fare un orto dietro la loro casa. Dovevano solamente pulire il terreno, noi invece compravamo i sementi e mandavamo un tecnico che seminava le piante e spiegava loro come farle crescere. In seguito avrebbero poi dovuto mettere via un po’ di sementi per la prossima semina, cosa che non è mai successa, poichè mangiavano tutto. Bisogna capire il loro modo di percepire  e pensare il mondo. Tutti i pigmei sono di origine nomadi stanziali e vivono di raccolta e caccia. Vivono alla giornata. Prima non praticavano nessun tipo di agricoltura, tutto veniva raccolto o cacciato e consumato entro due, al massimo tre giorni. Un Baka fatica a fare oggi un lavoro che gli frutterà qualcosa fra tre mesi.
Redazione: La salute ?
P. Sergio: Abbiamo costruito un dispensario a Zoulabot che ha funzionato per più di 15 anni finché all’inizio del vostro progetto non l’abbiamo ceduto al sacerdote che lo gestisce adesso. Abbiamo comunque curato moltissimi Baka e vaccinati i bambini contro il tetano, molti di loro muoiono di tetano, e altre malattie infettive. Devo dire però che tranne il tetano, la maggior parte delle malattie le abbiamo portate noi. La lebbra per esempio, il raffreddore e altre infezioni dell’apparato respiratorio. Loro hanno dei rimedi tradizionali per le infezioni esterne, le ferite, le piaghe ecc. Contro le malattie importate non sanno difendersi. Bronchite e polmonite  li uccidono. Compensano le perdite con il numero alto dei figli. Sono molto più prolifici dei Beti (ceppo dei Bantu) i loro vicini, ma dei tanti bambini solo pochi arrivano all’età adulta. Troppo pochi in confronto ai Beti o altri popoli.
Redazione: Hai accennato prima il sucesso delle scuole...
P. Sergio: Si, con le scuole era un successo. Anche se all’inizio non era facile. I bambini non venivano poichè andavano a caccia con i loro parenti. Un po’ alla volta a forza di abituarli siamo arrivati a più di 500 alunni. Forse anche perché le hanno costruite i pigmei stessi, con i materiali che si trovano sul posto, mattoncini di fango pressato, legno e foglie di palme poi le avete viste durante la vostra visita. Noi pagavamo i maestri, mettevamo dentro le banchine, la lavagna e basta. Se un scuola cascava la dovevano rimettere a posto loro. Con questa partecipazione il progetto è andato avanti fino a quando Dokita con non ha cominciato con il progetto attuale.
Redazione: Perché e quando hanno cominciato i Baka a accamparsi lungo le piste?
P. Sergio: Posso raccontare solamente ciò che mi è stato detto. Pare che all’inizio ci fosse un motivo politico che risale agli inizi degli anni sessanta, al periodo della dittatura di Ahmadou Ahidjo e alla sua guerra contro la guerriglia del partito U.P.C. (Union des Populations du Cameroun, primo partito di massa camerunense, che dopo l’assassinio del proprio segretario Ruben Um Nyobé dichiara guerra, prima ai francesi e poi al primo presidente del Camerun “indipendente“). Si racconta che i guerriglieri, in maggioranza di etnia Bassà, abbiano sfruttato l’impenetrabilità della brousse (foresta pluviale) per rifugiarsi dalle truppe presidenziali e che sono stati aiutati dai pigmei, che fino ad oggi sono gli unici capaci di orientarsi e vivere nella foresta. Penso che il governo si sia accorto così dei pigmei. Anzi pare che pure le truppe governative si siano serviti dei pigmei come guide nella Brousse quando inseguivano i ribelli. Prima forse non sapevano nemmeno della loro esistenza. Dopo la sanguinosa disfatta dei ribelli, lo stato e il suo presidente avevano capito che i pigmei potevano costituire un problema alla loro politica. La parola d’ordine da allora in poi fu: Integrazione, tutti fuori dalla brousse. Con la scusa della unità nazionale e il motto “una carta d’identità per tutti” (fino oggi spesso a loro negata perche sprovvisti di certificato di nascita) e  hanno cercato di tirare fuori i pigmei dalla foresta. Certo mica obbedirono tutti ma l’esodo dalla “brousse” li. Lo sfruttamento intenso della foresta per il legname che inizia in quel periodo non ha fatto che rafforzare questa decisione di sedentarsi.
Redazione: Questo abbandonare le foreste e l’integrazione nella società africana come ha cambiato e come cambierà la vita dei Baka nel prossimo futuro?
P. Sergio: I Baka erano seminomadi per millenni. Vuol dire che avevano un territorio “fisso” all’interno del quale si spostavano per la raccolta e la caccia. Ai bordi di questi territori si trovava di regola un villaggio di Bantu (Beti, Fang, Bulu) o di un altra etnia dei “neri grandi” agricoltori con i quali scambiavamo i loro prodotti di caccia e raccolta come selvaggina affumicata, miele e altro con prodotti in ferro come coltelli, macheti, pentolame ecc con i loro vicini “villegoise”. Era una forma di simbiosi che aveva funzionato abbastanza bene per centinaia di anni. Quando fu chiesto ai Baka di trasferirsi lungo le piste, ovviamente cominciarono ad accamparsi ai bordi o nelle vicinanze dei villaggi dei loro partner “commerciali”. Il problema principale che nè risulta e che questa reciprocità di scambi si è deteriorata velocemente a discapito dei Baka. Questo perché non avevano più da scambiare nulla. Poiché la selvaggina intorno ai villaggi scarseggiava hanno  cominciato a rubare da mangiare nei campi dei villegoise col rischio di essere malmenati. Per non morire di fame si devono vendere come braccianti nei campi dei Beti che li pagano una miseria. Non hanno una concezione del denaro e si fanno imbrogliare da chiunque. I pochi soldi che guadagnano nei campi dei Beti li spendono subito e male. I Beti, e questo a lungo andare costituisce la minaccia più grande per loro, si prendono le loro donne come moglie perché la dote di una ragazza Baka è inferiore a quella di una  Beti. I bambini nati da queste unioni per ovvi motivi crescono come Beti e non come Baka. Se i Baka non imparano a salvaguardare la propri cultura, a prendere in mano il proprio destino e a trovare una convivenza paritaria con i loro “grandi vicini” verranno prima o poi assorbiti e il piccolo popolo della foresta sparirà.
Redazione: Hai detto prima quando parlavi delle scuole che forse erano un successo perchè sono state costruite da loro stessi. Che peso ha la partecipazione attiva dei Baka ad un progetto di sostegno alla loro sopravvivenza e all’autosviluppo secondo te?
P. Sergio: Noi da soli non possiamo aiutare nè un bambino di strada nè ad un Baka se non lo vuole lui stesso. Noi offriamo il nostro aiuto ma non lo regaliamo. Vogliamo che il nostro aiuto sia effettivamente tale. L’attiva partecipazione dei beneficiari ed altri coinvolti non è una garanzia ma una promessa. La partecipazione rende i beneficiari partecipi del proprio destino. Per un progetto del genere la partecipazione non è un optional. È la base essenziale.