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L’Istruzione per Tutti -   Un Sogno oltre la Realtà?

di Michele Metz, Redazione Dokita, riv. 93, 2010
Nel settembre del 2000 si riunirono 191 stati membri dell’ONU per rilasciare una dichiarazione, costituita da otto obiettivi che tutti gli stati firmatari si impegnarono a raggiungere entro il 2015. Divenuti famosi in tutto il mondo sotto il nome di “Millennium Development Goals” (Obiettivi del Millennio in italiano) oggi, esattamente a diec’anni di distanza dalla loro proclamazione sembrano nella loro realizzazione davvero lontano un millennio. In questo numero, come si evince dal titolo di copertina, vogliamo soffermarci, anche se in un contesto più ampio, sul secondo dei 8 obiettivi. (2) “Garantire l’educazione primaria universale” e (2.1) “Assicurare che, entro il 2015, tutti i ragazzi, sia maschi che femmine, possano terminare un ciclo completo di scuola primaria.”

Più bambini a scuola ma minore qualità di insegnamento.

Guardando alle statistiche l’adozione di programmi per l’educazione universale ha portato, dal 2000 in poi, soprattutto in Africa, a un incremento del numero di bambini scolarizzati, in Kenia per esempio la percentuale dei minori che frequenta la scuola è salita all’ottanta per cento, ma secondo le stime del programma di sviluppo delle Nazioni Unite nella sola Africa Subsahariana 41 milioni di bambini non hanno la possibilità di frequentare una scuola (ca.  44% del totale dei 93 milioni di minori non scolarizzati). Sono poi milioni e milioni di bambini in tutto il mondo che subiscono un’istruzione inadeguata e spesso escono dal primo ciclo scolastico esattamente come sono entrati: Analfabeti.

Sempre in Kenia dove nei ultimi sette anni è raddoppiato il numero dei bambini che frequenta la scuola, non è raddoppiato il numero degli insegnanti poiché il governo non ha i fondi necessari ne per pagare e formare nuovi insegnanti, ne per ampliare le strutture esistenti o costruirne nuove. Di conseguenza l’incremento degli scolari ha portato a una forte diminuzione della qualità d’insegnamento. In genere si può affermare che l’estensione dell’accesso all’istruzione è spesso accompagnata da un calo della qualità dovuto alla mancanza di insegnanti adeguatamente formati, all’utilizzo esclusivo delle lingue ufficiali nelle scuole, al basso numero reale di ore d’insegnamento; ai problemi infrastrutturali (poche scuole, troppo piccole e inadeguate). Alcuni di questi fattori sono sicuramente legati ai fondi scarsi degli singoli stati, altri invece sono di origine “ideologica”.

La causa: Non solo problemi economici

L’obiettivo della scuola di massa infatti si scontra non solo con problemi economici, ma anche con l’incapacità di progettare una scuola realmente modellata sui bisogni del territorio in una logica di sviluppo culturale ed economico. Si nota specialmente nel continente africano (subsahariano) e nei paesi dell’America Latina l’eredità coloniale di stampo europeo.
La scuola coloniale rispondeva ad una logica culturale di «civilizzazione» e quindi di colonizzazione e cooptazione culturale a scopo di eliminare la cultura tradizionale e di educare secondo una cultura occidentale, basata sulla convinzione della superiorità della civiltà europea.

Mancanza di progetti per una scuola realmente modellata sui bisogni del territorio.

I sistemi scolastici degli stati indipendenti (a partire del fine 800’ in America del Sud e degli anni sessanta del 900’ per la maggioranza degli stati africani) non sono riusciti a elaborare una filosofia di educazione adatta ai propri bisogni e hanno di regola semplicemente adottato il concetto coloniale plasmandolo alle nuovo esigenze come «stato nazionale» senza tenere minimamente conto del quadro etnografico e delle minoranze etno-culturali, sostituendo alla fine la volontà coloniale con quella della nuova «élite governante». Tutto l’America del Sud ha generalmente sviluppato un sistema educativo fortemente centralizzato (spesso delegando però i costi per l’istruzione alle province e municipi) e improntato sulla cultura spagnola-castigliana o portoghese con una forte nota nazionale ignorando completamente le culture indigene. Anche i vari stati africani rilasciati in indipendenza un secolo dopo hanno dovuto fare scelte simili. Loro risentono ancora oggi fortemente l’artificialità dei loro confini, risultato di una divisione del continente nero fatta con matita, righello e compasso su una carta geografica da una manciata di politici europei durante qualche trattato di pace che doveva stabilire i confini delle loro «proprietà» africane. Negli stati subsahariani si conoscono in media dai 200 ai 250 lingue, dialetti e idiomi diverse, parlati da altrettante etnie. Non c’è dunque da meravigliarsi che tutti i paesi africani hanno dovuto adottare come lingua ufficiale quella dell’ex padrone coloniale e che gli sforzi maggiori dei vari capi di stato erano piuttosto rivolti a creare una unità nazionale che prima non c’era (perché appartenevano alla Francia, all’Inghilterra o qualche altro paese europeo) e che forse non ci sarà mai. L’istruzione da sempre ha fatto parte di questa idea dell’unità nazionale, rimanendo di solito fragile quanto essa, più un concetto e un sogno che una realtà ben definita.

Istruzione in Africa: Guerre, instabilità politica, istruzione a pagamento, AIDS

«La scuola in Africa negli ultimi decenni ha sofferto visibilmente anche della diffusa instabilità politica e delle guerre, in particolare gli stati della regione dei grandi laghi e del corno d’Africa, e nelle aree di crisi politico-militare e umanitaria, come nel Darfur. All’istruzione sono infatti state sottratte risorse che i governi hanno impiegato per armi ed eserciti. Intere generazioni sono state coinvolte in conflitti civili, preparati per anni con una radicale militarizzazione della società ed in particolare dei giovani: questi sono stati tolti dalla scuola per ricevere, fin da giovanissimi, l’addestramento alla guerra. L’Africa si è trovata, e in parte ancora oggi si trova, in balia di generazioni cresciute nell’ignoranza, nella violenza e nella brutalità, oltre che nella corruzione e nel miraggio dell’arricchimento”
Lo scarso accesso dei bambini africani all’istruzione non è solamente dovuto ai problemi economici, infrastrutturali e qualitativi ma è spesso legato al fatto che le famiglie non riescono a sostenere i costi per l’istruzione (in Africa non sempre la scuola pubblica è gratuita, soprattutto per quanto riguarda l’istruzione secondaria) oltre alla necessità per molti bambini di lavorare per guadagnarsi da vivere e per integrare il reddito familiare. Anche la diffusa usanza dei matrimoni precoci impedisce alle bambine di continuare gli studi. Infine l’AIDS ha avuto e avrà nel futuro un impatto sociale senza precedenti lasciando milioni e milioni di bambini (11 milioni finora) orfani destinati alla strada o a pesare sui bilanci già precari delle famiglie dei parenti.

L’America Latina in balia all’abbandono scolastico

In America Latina la causa principale della mancata scolarizzazione è l’abbandono scolastico da parte dei minori. In paesi come Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Honduras e Brasile l’abbandono scolastico oscilla tra il 45 e il 67% per quanto riguarda la scuola dell’obbligo, per arrivare oltre 70% per la scuola secondaria. Anche qui i motivi principali sono scuole affollate con tre quattro turni, insegnanti malpreparati, malpagati e poco motivati che, in coppia con le condizioni socio-economiche disastrose delle famiglie che incentivano il lavoro minorile, portano a risultati che ci rovinano le statistiche dei “Millennium Goals“
Come intervenire

Davanti a questo scenario le strade possibile d’intervento per le ONG, enti privati come Congregazioni, Caritas, Cei, fondazioni umanitarie ecc. rimangono sostanzialmente due.

1. L’assistenza al sistema scolastico dei vari paesi in questione dando un  supporto ai genitori ed alunni dall’esterno, attraverso i cosiddetti doposcuola  (assistenza scolastica, pagamento della retta scolastica, supporto  economico e psicologico delle famiglie ecc).

2. La seconda strada e quella di allargare l’offerta scolastico attraverso una rete di scuole private (riconosciute), garantendo attraverso borse di studio, sostegni a distanza o altre forme di sostentamento almeno ai più poveri un’istruzione gratuita.

Sia nel primo sia nel secondo campo c’è una forte presenza da parte di istituzioni religiosi soprattutto attraverso la famosa, un tempo chiamata “scuola di missione.”

Il lavoro di Dokita

Dokita lavora dalla sua fondazione nel campo dell’istruzione al fianco della CFIC sostenendo le varie realtà della congregazione in 13 paesi. I progetti da noi sostenuti sia attraverso donazioni private sia con co-finanziamenti da parte di enti statali, locali e privati spaziano dal progetto “doposcuola” alle scuole private, formazione professionale e universitaria.  

Abbiamo voluto dare con questo numero  voce ad alcuni esponenti del nostro “mondo montiano” e di Dokita per illustrare da vicino la complessità del tema illustrando gli interventi intrapresi per combattere l’abbandono scolastico e per dare un’istruzione adeguata e moderna a tutti, cercando per ogni realtà una soluzione “a misura” che tiene conto del fondo socio culturale del paese d’intervento.