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Prima si misurava
quello che non c’era

di Elena Mozzetta, riv. 96, 2011
La prima cosa che ci viene in mente quando parliamo di scuola e disabilità sono certamente i bambini, gli alunni, gli studenti o le persone con disabilità. Solo dopo si pensa agli educatori, agli insegnanti, agli psicologi, ai terapisti, ai medici, agli operatori socio sanitari. Gli alunni imparano da noi, ma  noi da chi impariamo?

Chi insegna a insegnare?

Se noi docenti, operatori ed educatori ci fermiamo solo alla nostra formazione scolastica e soprattutto non ci aggiorniamo, sarà difficile che la persona che è di fronte a noi possa imparare adeguatamente. Noi siamo sempre gli stessi mentre sono i ragazzi che cambiano di anno in anno e portano tutti i cambiamenti della società, positivi o negativi che siano.
È da tanto che si sente parlare di ICF, o di “Classificazione internazionale del funzionamento, della salute e della disabilità”, riconosciuto da 191 paesi come il nuovo strumento per descrivere e misurare la salute e la disabilità delle popolazioni. Ma come sempre, informarsi costa tempo e fatica e si pensa sempre che le novità non siano altro che nuove formalità e nuova burocrazia da assolvere.

Uno strumento molto complesso

L’ICF è uno strumento di classificazione molto complesso per quanto riguarda la funzione, le strutture corporee, le attività di partecipazione e tutto ciò che concerne i fattori contestuali. Mediante questa classificazione è possibile quantificare e qualificare i cambiamenti nelle funzioni delle strutture, le performance e le capacità, così come definire le barriere e i facilitatori.
Ma la cosa più importante dell’ ICF è che essa istituisce una nuova visione della salute e della disabilità e delle persone, viste come la somma delle condizioni fisiche, psichiche e legate ai fattori ambientali. Con l’ICF vengono evidenziate non le difficoltà, bensì le possibilità, le positività e le potenzialità che ogni persona presenta vivendo un problema di salute sia esso contingente o connaturato.

Prima si misurava quello che non c’era, quello che mancava.

Fino ad oggi, chi lavorava con  la  disabilità, soprattutto medici e terapisti ed insegnanti, si trovavano spesso a confronto con la parte negativa, la mancanza, il deficit, il problema, la disfunzione, evidenziando quindi la gravità del problema, considerando molto negativo ciò che non c’era, che mancava, di cui la persona “deficeva” .
Questo accadeva anche perché qualsiasi persona “mancante di qualcosa“ noi la guardiamo solo frontalmente, fissando il vuoto di ciò che manca e tralasciando tutto ciò che pulsa intorno a quel vuoto.
Occorre vedere le  persone “mancanti” come un libro aperto, che se  nessuno  sfoglia mai rivelerà le avventure che nasconde.
Leggendo si assaporerà l’avventura e con essa il gusto di sapere da chi, come, dove e perché quel libro è stato scritto.
A quel punto l’immagine di colui a cui dobbiamo insegnare o curare o educare comincia ad avere una dimensione diversa, non vuota a causa di una negatività ma piena di potenzialità positive da ordinare, sistemare, tirare fuori. Un  processo riabilitativo strutturato secondo l’ICF permetterà alla persona di tornare alla vita normale in condizione diverse rispetto a prima, e con piena partecipazione.
Chiaramente seguendo l’ICF avremo a che fare con una infinità di informazioni, che potrebbero spaventare qualsiasi terapista o insegnante, facendoci sentire appesantiti da questo strumento.
Ma quest’ultimo invece, ci permette di avere un  profilo operativo composto da tutti gli aspetti positivi e negativi rispetto alle funzioni, le menomazioni, le attività, le limitazioni, le partecipazioni e le restrizioni, in relazione al contesto ambientale e personale e, inoltre, ci svela  tutto ciò che potrebbe facilitare, o rendere difficile, la partecipazione alla vita sociale della persona con la quale operiamo.

Elena Mozzetta è laureata in pedagogia speciale e lavora da anni come insegnate di sostegno nella scuola secondaria seguendo soprattutto bambini con disabilità fisica, mentale o sociale.